{"id":29915,"date":"2014-01-27T15:24:02","date_gmt":"2014-01-27T14:24:02","guid":{"rendered":"http:\/\/www.macerie.org\/?p=29915"},"modified":"2020-03-12T20:09:33","modified_gmt":"2020-03-12T19:09:33","slug":"dicembre-a-torino","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/macerie.org\/index.php\/2014\/01\/27\/dicembre-a-torino\/","title":{"rendered":"Dicembre a Torino"},"content":{"rendered":"<p><em><a href=\"http:\/\/sognodimillecose.noblogs.org\/post\/2014\/01\/25\/torino-9-dicembre-note-su-una-comunita-impossibile\/\">Ripubblichiamo<\/a> qui sotto un contributo alla riflessione sulle giornate torinesi del 9, 10 e 11 dicembre passati. <a href=\"http:\/\/www.macerie.org\/?p=29778\">A parte qualche scarna cronaca di quei giorni<\/a>, si tratta di uno dei pochissimi contributi di parte anarchica uscito sull&#8217;argomento che tenti di comprender cosa sia successo a Torino in quei giorni<\/em> <em>senza ricondurre tutto in facili schemi precostituiti. Uno scritto personale ma non individuale, come precisa l&#8217;autore, frutto anche e soprattutto delle discussioni che si sono svolte tra i compagni di qua da quell&#8217;inizio di dicembre fino ad oggi.\u00a0 \u00a0 <\/em><\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p style=\"text-align: right;\" align=\"left\">\n<h3 class=\"entry-title\">Torino, 9 dicembre. Note su una comunit\u00e0 impossibile.<\/h3>\n<p style=\"text-align: right;\" align=\"left\">\n<p style=\"text-align: right;\" align=\"left\">\u00a0<em>Un contributo personale che traccia qualche riflessione sulle giornate torinesi del 9, 10 ed 11 dicembre. Giornate di blocchi stradali generalizzati, picchetti contro la grande distribuzione e cortei per le strade del centro. Giornate strane. Le righe seguenti sono frutto di un modesto sforzo personale, come si \u00e8 detto, ma non individuale. Traspongono infatti un\u2019 insieme di chiacchiere, confronti, scambi di impressioni che si sono svolti, tra compagni, durante e dopo i blocchi, tra una levataccia e un caff\u00e8 nel bar pi\u00f9 vicino.<\/em><\/p>\n<p class=\"entry-content\"><em>\u00a0<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Cosa \u00e8 successo il 9 dicembre per le strade di Torino? Si \u00e8 fatto un gran parlare, con allarmismo o interesse, del susseguirsi di blocchi, cortei \u00a0e azioni di protesta che hanno attraversato la citt\u00e0 per tre giorni, intralciando e rallentando i flussi di merci come la circolazione delle persone. Molto \u00e8 stato detto in proposito sia per descrivere l\u2019andamento delle giornate che per chiarirne la natura sociale e politica. Quali ordini del discorso parlano in una composizione sociale cos\u00ec varia e apparentemente anomala? Che fenomeno leggere in riferimenti cos\u00ec marcati all\u2019appartenenza nazionale? Come articolare le rivendicazioni specifiche di corpo che hanno originato la mobilitazione con il disagio sociale diffuso che \u00e8 arrivata a esprimere? Ma soprattutto <em>che fare? \u00a0<\/em>Stare a casa, magari esprimendo critiche sprezzanti, o scendere in strada? E ancora assistere, partecipare o addirittura provare a organizzarsi? Queste sono soltanto alcune delle domande intorno a cui, nelle settimane successive, si \u00e8 dipanato un dibattito vivace e ricco, perlopi\u00f9 avvenuto su internet, che ha visto confrontarsi grossomodo tutte le tendenze di quelle galassia composita che viene designata come \u201cmovimento antagonista\u201d. Noi che, sia detto di sfuggita, in questa frastagliata compagine facciamo volentieri a meno di riconoscerci, prendiamo comunque atto di come queste giornate siano uno spartiacque. Uno spartiacque tra chi, dentro il \u201cmovimento\u201d, non ha disimparato l\u2019esercizio della <em>critica come intelligenza pratica <\/em>e quelle componenti che invece, per motivi diversi, si confermano totalmente incapaci di cogliere la forza sociale delle classi subalterne laddove essa si manifesti, cio\u00e8 fuori dalle immagini rassicuranti della narrazione ideologica. A liquidare i comportamenti di insubordinazione che si sono dispiegati sono stati in molti, seppure quasi nessuno a Torino, e con ragioni diverse: qualcuno perch\u00e9 avvoltolato in triti schemi ideologici terzinternazionalisti incentrati sulle foto di repertorio di una classe lavoratrice dal volto atemporale, qualcun altro perch\u00e9 impantanato nei controsensi di chi muove i propri passi sempre orientato secondo le coordinate di un orizzonte politico di <em>sinistra<\/em> tutto interno agli interessi delle classi dominanti. Se ci siamo risolti a scrivere queste righe nonostante il colpevole ritardo non \u00e8 per completare il quadro delle posizioni che hanno offerto la propria descrizione dei fatti, per aggiungere la sfumatura antiautoritaria alle altre opzioni che hanno avuto voce. Si tratta piuttosto di trascrivere un fitto e animato confronto che si \u00e8 svolto tra chiacchiere durante i blocchi, discussioni\u00a0 in assemblea e a tu per tu. Sar\u00e0 utile dare un po\u2019 di ordine ai pensieri ed agli spunti che ci siamo scambiati finora, con la serena consapevolezza dei limiti del proprio intervento e della propria capacit\u00e0 progettuale. Anche la mera descrizione dei fatti e delle esperienze soggettive pu\u00f2 essere un utile strumento d\u2019avvio perch\u00e9, nelle occasioni future, ci si possa guardare intorno con maggiore prontezza e farsi trovare pi\u00f9 preparati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<ul>\n<li>\u00a0<em>Una piccola premessa di metodo<\/em><\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quello che abbiamo visto in citt\u00e0 non pu\u00f2 essere in alcun modo qualificato come <em>movimento<\/em>. Sarebbe un ben strano movimento quello che aldil\u00e0 di una pratica del blocco attuata con maggiore o minore determinazione, non conosce alcun contenuto o programma in comune. Si \u00e8 trattato piuttosto di un proliferare di azioni e pratiche nelle diverse parti della citt\u00e0, che hanno comunicato ma non hanno avuto un centro direttivo. Quest\u2019ultimo, se mai ne \u00e8 esistito uno, \u00e8 stato attivo soltanto nell\u2019avviare e concludere la protesta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lo sviluppo e la fisionomia di ci\u00f2 che si \u00e8 aggregato in strada varia parecchio secondo il quartiere e la zona della citt\u00e0. Varia al punto da suggerire <em>una polarizzazione tra centro e periferia e un\u2019altra\u00a0 tra strada e piazza come rispettivi luoghi di intervento<\/em>. Questa variazione di intensit\u00e0 e di modi muta a sua volta registro nei tre giorni, ma perfino in base all\u2019orario della giornata. Al mattino gli studenti, soprattutto degli istituti tecnici e professionali, si assembrano in piazza Castello, dove gli organizzatori si danno appuntamento e dove il primo giorno\u00a0 la rabbia della piazza si scaglia contro la Regione e le forze di polizia schierate a difenderla. Invece nei blocchi di periferia (P.za Derna, P.za Rebaudengo, P.za Pitagora etc.) la gente del quartiere rimane perlopi\u00f9 stanziale, rimandando mattina per\u00a0 mattina l\u2019appuntamento e ricominciando a bloccare. Emblematico l\u2019esempio di piazza Derna, dove questi appuntamenti continuano anche diversi giorni dopo che nelle altre parti della citt\u00e0 i blocchi sono stati rimossi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La notte per\u00f2 ci sono ragazzi di periferia che prolungano i blocchi al centro, ad esempio in piazza Statuto, oppure ancora a Barriera o anche alle Vallette. Si verificano episodi davvero interessanti e difficilmente controllabili dalla polizia, che non vuole calcare la mano ma fatica a trovare interlocutori in adolescenti poco avvezzi alle trattative. La notte del 9 la polizia, dopo aver tentato per un\u2019ora di trovare accordi con un pugno di ragazzi piuttosto ubriachi, carica su Corso Regina per interrompere dei blocchi a singhiozzo che si sono prolungati fin troppo nella zona tra Piazza Statuto e il Rond\u00f2 della forca.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dare una descrizione per sintesi \u00e8 quindi impossibile. Sarebbe forzato e disonesto, perch\u00e9 riporterebbe inevitabilmente sulle narrazioni un filtro interpretativo parziale. Meglio accogliere questa parzialit\u00e0 dicendo che sarebbe stato perfino fisicamente impossibile vivere completamente le giornate di blocchi, troppo caotiche, troppo piene di episodi sparpagliati. Procederemo per aneddoti o per punti, partendo dall\u2019esperienza soggettiva per affrontare questioni tematiche pi\u00f9 generali. La scelta e la scansione di questi punti dipende tutta dalle urgenze e dalla sensibilit\u00e0 di chi scrive.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p>&nbsp;<\/p>\n<ul>\n<li>Centro <em>e<\/em> Periferia, <em>strada e piazza<br \/>\n<\/em><\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">Al centro si radunano, sin dalla tarda mattinata, numerosi cortei provenienti da altrettante zone della citt\u00e0. Si tratta dei cortei delle scuole superiori, perlopi\u00f9 istituti tecnici e professionali, ma anche di mercatari e commercianti, soprattutto il primo giorno. Inoltre ci sono molti curiosi e persone che si guardano intorno. Si crea una situazione di fermento che sfocia negli scontri del nove, conclusi per l\u2019interposizione di un cospicuo gruppo formato dagli organizzatori che si schiera come cordone sanitario tra la polizia e la parte restante della piazza, quella che fino a un attimo prima si stava battendo con la celere. Dal giorno successivo, appena la piazza comincia ad affollarsi, la componente\u00a0 organizzata proporr\u00e0 sempre di muoversi verso altri obiettivi per sfoltire la presenza di fronte alla regione e la polizia. Questo non impedisce che le forme della protesta, dilatandosi per le strade del centro, risultino ancora pi\u00f9 incontrollabili. Il secondo giorno si vedono cortei spontanei, principalmente di giovanissimi, aggirarsi senza una meta precisa tra una sede istituzionale dove scandire insulti a gran voce ed un incrocio da bloccare. Quando i cortei si incontrano \u00e8 un casino della malora. Dalle urla sembra sempre che stia succedendo qualcosa di eclatante, mentre \u00e8 solo l\u2019euforia collettiva. Nella zona delimitata da Piazza Statuto, Porta Susa, Corso Galileo Ferraris da una parte e Il Rond\u00f2 della forca dall\u2019altra, i blocchi si moltiplicano con una tattica davvero efficace, ben lontana dalle modalit\u00e0 classiche della protesta. \u201c<em>Qui siamo<\/em> <em>abbastanza?<\/em>\u201c<em>, <\/em>\u201c<em>Bene, andiamo in dieci a bloccare anche quell\u2019incrocio, cos\u00ec bastiamo<\/em>\u201d. Ci si distribuisce, unisce e divide secondo il criterio dell\u2019efficacia pratica, senza alcuna fisima di essere sempre in tanti. In certi incroci qualche autista degli autobus, solidale con la protesta, scende dal mezzo\u00a0 lasciandolo di traverso e cos\u00ec facilita considerevolmente il completo arresto del traffico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I blocchi di periferia si presentano altrimenti, seppure si debba considerare che buona parte degli studenti attivi in centro durante la mattina, ritornano il pomeriggio a bloccare nei loro quartieri di provenienza, cio\u00e8 quelli periferici. <em>Il blocco di P.za Derna \u00e8 quello che abbiamo avuto modo di osservare pi\u00f9 da vicino, essendo nel quartiere dove la maggior parte di noi abita<\/em>. Si nota subito, tra chi presidia lo snodo, un forte tessuto di rapporti pregressi di tipo territoriale e amicale, di <em>quartiere<\/em> insomma. Si tratta dell\u2019unica forma di comunit\u00e0 non improvvisata che abbia fatto capolino nella protesta. Al centro ci si conosce bloccando, ci si muove in capannelli di vicini, colleghi o compagni di scuola in mezzo a\u00a0 sconosciuti. Qui al contrario ci si chiama per nome, c\u2019\u00e8 una fittissima rete di relazioni che vanno dal vicinato alla parentela. Non a caso la percezione del resto dei blocchi, da parte delle persone che si incontrano \u00e8 sintomatica. \u201c<em>Bisogna stare attenti perch\u00e9 qua c\u2019\u00e8 la gente del posto ma al centro \u00e8 tutto diverso\u2026 al centro ci sono quelli di Forza Nuova, o comunque i politici\u2026 non bisogna mischiarsi<\/em>\u201d<em>.<\/em> Questa \u00e8 la frase, riportata quasi letteralmente, di una donna presente al blocco. \u00c8 una frase che riflette molto precisamente una diffidenza generica, quando non un\u2019ostilit\u00e0 aperta, verso la componente organizzata della protesta. A questa avversione strisciante verso \u201ci politici\u201d o semplicemente \u201c<em>quelli che sanno parlare<\/em>\u201d, si aggiunge la resistenza istintiva a tutte le ipotesi che implicano lo spostamento verso le strade del centro. Subentra in pi\u00f9, da quando i blocchi cominciano ad essere sguarniti e la polizia presente in forze dal primo mattino, il senso di essere stati traditi. I commercianti riaprono gi\u00e0 il secondo giorno, la maggior parte dei mercatari non resistono alla tentazione del Venerd\u00ec, giorno in cui gli affari fruttano di pi\u00f9, quindi i numeri si ridimensionano fino al definitivo spegnimento. Gi\u00e0 il Gioved\u00ec mattina alle 6 in Piazza Derna ci sono meno di venti persone, ma in compenso le camionette e i defender cominciano ad essere parecchi. Uno dei presenti, pieno di risentimento e frustrazione, bercia pi\u00f9 o meno le seguenti parole : \u201c<em>Io non ho nulla in contrario che qualcuno vada a parlare per noi, magari in televisione\u2026 per\u00f2 devi esserci sul campo di battaglia, dal mattino alla sera! Io ho paura che qualcuno ci voglia strumentalizzare. Se dopo tutto \u2018sto casino ci troviamo ad aver mandato degli altri in poltrona io mi incazzo sul serio!<\/em>\u201d Un senso di insoddisfazione che si accentua dopo il flop del comizio in centro, quando il coordinatore nazionale del \u201c<em>Comitato 9 dicembre\u201d <\/em>parla di fronte ad una piazza vuota e morta<em>. <\/em>Da principio l\u2019idea di muoversi in corteo verso il centro per ascoltare il comizio \u00e8 rifiutata nettamente. Dopo di che c\u2019\u00e8 un\u2019accesa polemica sul quando muoversi, perch\u00e9 la maggioranza dei partecipanti vorrebbe avvicinarsi al centro in un orario diverso da quello previsto, per spiazzare la polizia e creare pi\u00f9 disordine. Come vengono accolte le istanza degli organizzatori se il punto di partenza \u00e8 un disaccordo cos\u00ec forte? Non bisogna esagerare infatti questa linea di demarcazione, finendo per descrivere una base combattiva turlupinata da pochi manipolatori. Piuttosto <em>la struttura\u00a0 di contenimento messa in campo va descritta sui due livelli di funzionamento che hanno agito<\/em>, riconoscendone il radicamento nella lotta reale. Oltre ai coordinatori cittadini, visti come distanti ed estranei al contesto del quartiere, c\u2019era un livello intermedio di commercianti e abitanti della zona, cinghia di trasmissione delle direttive del comitato, che ha ottenuto pi\u00f9 credito e credibilit\u00e0. Una forte efficacia l\u2019hanno ottenuta anche le velate minacce, laddove chi media con la polizia agita le possibili conseguenze di una violazione degli accordi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In piazza Castello la monotonia di un fallimento annunciato \u00e8 interrotta solo dall\u2019iniziativa di alcuni ragazzi che si avvicinano al palco urlando \u201c<em>Basta! Basta!<\/em>\u201d, ma vengono allontanati dagli organizzatori. Al ritorno il morale \u00e8 basso e ci si sente sconfitti: sembra che \u201c<em>quelli che sanno parlare<\/em>\u201d abbiano avuto ragione degli altri, riuscendo a far abbandonare i blocchi con una trovata per l\u2019occasione. Si continua per\u00f2 ancora per qualche ora a stare in Piazza e ci si da appuntamento per la mattina successiva.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questo senso, anche nella testa di molti dei partecipanti, si pu\u00f2 parlare di un utilizzo della <em>centralizzazione come strumento per contenere e disinnescare la lotta<\/em>. Riportare la protesta nel centro citt\u00e0 significa anche in qualche modo riassorbirla nelle sue forme tradizionali e rituali, quelle della piazza. Per giorni ci si vede nella zona spartitraffico di una <em>strada<\/em>, ci si sposta per bloccare quelle circostanti, per impedire l\u2019accesso alla tangenziale o picchettare l\u2019Auchan. Poi si ritorna ai canali della protesta simbolica: non \u00e8 fortuito che, la mattina del 12, gli studenti delle scuole di Barriera si spostino a manifestare in centro. L\u2019anomalia delle giornate precedenti si appiattisce sui canoni delle manifestazioni ordinarie. La <em>strada <\/em>configura lo spettro di una lotta reale, laddove il blocco delle merci potrebbe risalire ai luoghi di smistamento e distribuzione, aprire spazi a pratiche pi\u00f9 radicali e fattive. La <em>piazza<\/em> ristabilisce la normalit\u00e0. I ragazzi che provano a continuare il blocco, sempre in meno, si rammaricano perch\u00e9, dicono, \u201c<em>Se tutti quegli studenti fossero qui chiss\u00e0 per quanto ancora riusciremmo a bloccare<\/em>\u201d. Invece\u00a0 i numeri sono sempre pi\u00f9 scarsi e la polizia assume un atteggiamento inflessibile. Solo alcuni giorni dopo la cessazione dei blocchi nel resto di Torino anche quello di P.za Derna finisce.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<ul>\n<li><em>Rapporto con la polizia<\/em><em style=\"font-size: 16px;\">\u00a0<\/em><\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">Anche per quanto concerne il rapporto con la polizia si deve rilevare una sostanziale alterit\u00e0 nell\u2019approccio di chi ha attraversato le giornate dal centro e chi le ha vissute in periferia. In centro attecchisce la storia giornalistica dei poliziotti che si levano il casco ed abbracciano la protesta. Quasi in pieno. In periferia, seppure tale discorso non manchi di circolare, \u00e8 solo alla superficie. Mentre un anziano parla al megafono\u00a0 delle forze dell\u2019ordine che stanno dalla nostra parte, un\u00a0 ragazzo scandisce a bassa voce, ammiccando con gli amici, lo slogano \u201c<em>Digos boia<\/em>\u201d. Questo a segnalare che le esperienze di stadio e piccola delinquenza radicano nel quartiere una pregressa familiarit\u00e0 ed inimicizia nei confronti della polizia. Chi \u00e8 d\u2019altronde, oltre ad alcuni militanti, a conoscere la Digos e ad avere a che fare regolarmente con gli sbirri? I criminali e gli ultras appunto. Questo genera per\u00f2 un approccio contraddittorio, perch\u00e9 chi normalmente deve sopravvivere nell\u2019illegalit\u00e0 non conosce preclusioni di principio al parlare con la polizia. Piuttosto l\u2019atteggiamento \u00e8 parlarci con l\u2019illusione di tenerli buoni, prestare l\u2019orecchio a minacce e condizioni masticando insulti sottovoce. Un atteggiamento per noi strano ma tipico della malavita di basso calibro. Non per nulla a comparire nei pressi di P.za Derna, dopo il primo giorno, non \u00e8 la Digos ma gli agenti di zona, che gi\u00e0 conoscono i pi\u00f9 giovani ed hanno facilit\u00e0 a trovare interlocutori. In molti casi quello stesso ragazzo che media e fa spostare gli altri dalla strada quando i poliziotti lo sollecitano, non fa poi\u00a0 alcun mistero di odiarli appena si allontanano. L\u2019idea \u00e8 tirare la corda finch\u00e9 possibile. Durante una discussione serale un ragazzo risponde alle solite chiacchiere sulla \u201cpolizia che condivide le ragioni della protesta\u201d con un saggio di esperienza diretta. \u201c<em>Non \u00e8 vero<\/em>\u201d dice <em>\u201cio sono stato alle Vallette per qualche grammo di fumo e in caserma mi hanno pure pestato<\/em>\u201d. Pi\u00f9 di uno si unisce raccontando episodi simili. Non certo una piccola borghesia ovattata nei propri privilegi.<strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<ul>\n<li><strong>\u00a0<\/strong><em>Inni, tricolori e specchi deformanti<\/em><\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il punto forse pi\u00f9 scabroso nel controverso dibattito intorno alle tre giornate di blocchi \u00e8 stato quello dell\u2019ostentazione di tricolori, degli inni nazionali cantati a squarciagola in molti cortei che hanno invaso le strade del centro e quindi, con un nesso consequenziale il cui automatismo resta in buona misura da problematizzare e sottoporre a verifica, dei presunti contenuti sciovinisti che avrebbero permeato il \u201cmovimento\u201d nella sua totalit\u00e0. Crediamo che a questo proposito si debbano fare non pochi distinguo, discernendo piani diversi che si intrecciano in modo complesso. Appiattire le differenze e i livelli molteplici che hanno avuto espressione durante quei giorni significa, cedendo a riflessi condizionati ben radicati nella mentalit\u00e0 dei vari <em>milieu<\/em> militanti, obliterare la ricchezza sempre contraddittoria ed ambigua del concreto a favore di frusti schemi ideologici di lettura buoni per tutte le stagioni semplicemente perch\u00e9 sempre al riparo dal confronto con l\u2019analisi empirica. Cominciamo quindi col mettere il naso in alcuni di questi <em>riflessi deformanti<\/em>, non tanto per anteporre una volont\u00e0 polemica \u00a0quanto come spunto per dirimere pi\u00f9 facilmente ragionamenti ed impressioni che ci premono.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un approccio decisamente <em>politicista<\/em> alla realt\u00e0 delle lotte sociali \u00e8 quello che si riflette nella diffusa abitudine di ridurne i contenuti agli appelli dei gruppi organizzatori, interpretandole esclusivamente attraverso parole d\u2019ordine e rivendicazioni esplicite, anche quando si presentano confuse e generiche come in questo caso. Si legge quindi di un \u201cmovimento\u201d omogeneo in istanze e comportamenti, connotato da una precisa provenienza sociale e da un altrettanto univoco retroterra culturale e politico, un monolite la cui identit\u00e0 non lascerebbe spazio a interrogativi. <em>Piccola borghesia bottegaia<\/em>, <em>passioni tristi<\/em> e bassi interessi di categoria a cui aggrapparsi sarebbero il tratto prevalente, da cui discendono in modo naturale pulsioni reazionarie e brodo di coltura per fascismi presenti e futuri. Tale ipotesi esplicativa, a dire il vero non la pi\u00f9 presente nel contesto torinese, viene suffragata dalla lettura dei volantini e dei comunicati di indizione. Potremmo spenderci anche noi a fare delle critiche ovvie ai contenuti di questi scritti, all\u2019infondatezza delle proposte che vorrebbero temperare gli squilibri pi\u00f9 parossistici del capitalismo con iniezioni di sovranit\u00e0 nazionale e ai toni populistici, che \u00a0non ci sono sfuggiti. Ma non ci sembra utile farlo in prima battuta, quantomeno perch\u00e9 qualsiasi compagno o compagna si annoierebbe a morte nel leggere per l\u2019ennesima volta quelle che sono giuste ma ovvie banalit\u00e0 di base. Ci limitiamo a segnalare come l\u2019equazione succitata, quella per intenderci tra il corpo vivo di una lotta sociale e le rivendicazioni formalizzate dai suoi \u201c<em>dirigenti<\/em>\u201d, sia in effetti un gesto ben strano proprio da parte di aggregazioni ed ambienti sovversivi la cui esperienza e pratica di fatto si basa da molti anni sul dato esattamente opposto, anche con i molti limiti che questo comporta. Probabilmente \u00e8 eccessivo e forzoso, ma vale la pena azzardare un paragone: forse che molti compagni e compagne avrebbero dovuto scommettere, come lucidamente hanno fatto, su giornate come quella del 14 dicembre e del 15 ottobre se ci si fosse attenuti alle dichiarazioni degli organizzatori? Si osservi che i giovani che si sono visti nei blocchi periferici di Torino, ad esempio quello di Piazza Derna, ricordano molto da vicino quelli scesi in piazza per scontrarsi con la polizia a Roma: proletariato giovanile, ragazzi dei quartieri popolari pi\u00f9 degradati tra cui moltissimi <em>ultras<\/em>. Qualcuno li chiama <em>giovent\u00f9 selvaggia,<\/em> altri scrivevano, parlando dei loro predecessori di qualche decennio orsono, di <em>rude razza pagana, <\/em>che non \u00e8 orientata politicamente a sinistra, se ne fotte del sindacato, non vuole davvero lavoro ma soldi. Questa frazione di classe, a prescindere dagli stilemi letterari che usiamo per designarla,\u00a0 quando esce da libri e volantini non \u00e8 mai stata bella da vedere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I parallelismi, con uno sforzo di immaginazione, potrebbero moltiplicarsi. Si potrebbe arrivare a sostenere, per esempio, che lo stesso movimento No Tav, oggi punto di riferimento per i partigiani del conflitto sociale di ogni dove, prima di allargare il proprio raggio visuale ad una critica pi\u00f9 radicale e globale del presente, fino alla rivendicazione aperta dell\u2019uso della forza e del sabotaggio, non si scostasse di molto dai vizi e dalla confusione di cui parliamo. Le analogie sono ravvisabili, bench\u00e9 in una versione meno \u201cedulcorate e perbene\u201d, sia\u00a0 per quanto riguarda i riferimenti al popolo italiano, alla Costituzione ed alla legalit\u00e0 democratica, che a volte per i tricolori, la visione conciliante della polizia e del suo ruolo. Anche il movimento No Tav d\u2019altronde comprende ampie fette di classe media locale, di cui la lotta ha per\u00f2 non di rado modificato nettamente la visione della realt\u00e0, sciogliendo nodi e riarticolando schemi di comprensione che sono ben ardui a smuoversi con i discorsi, per quanto radicali e profondi. Qualcuno ha parlato di composizione <em>spuria<\/em>, ci sembra una definizione esatta. \u00c8 importante ribadire una premessa gi\u00e0 accennata: <em>quello che si \u00e8 mosso in piazze ed arterie di Torino per tre giorni, alterandone i ritmi ed in parte immobilizzandone i flussi di circolazione, non ha mai avuto la forma del movimento<strong>.<\/strong> Abbiamo piuttosto assistito ad un proliferare disordinato ma coerente di pratiche eterogenee, un contagio rapsodico tra comportamenti e tecniche di lotta che si sono differenziate per modo ed intensit\u00e0 secondo i momenti e le zone, integrandosi ma anche arrivando a collidere<\/em>. Rispetto a questo insieme gli appelli dei \u201cForconi o del \u201c<em>Comitato 9 dic<\/em>\u201d, la loro chiamata, hanno svolto quasi soltanto il ruolo di <em>occasione, <\/em>di valvola di sfogo perch\u00e9 una rabbia sociale anonima si dispiegasse, non certo di centro che ha eterodiretto gli eventi. Non la programmazione di un corso di avvenimenti prevedibile ma quel che si chiama <em>congiuntura, <\/em>cio\u00e8 l\u2019incontro aleatorio tra fattori e forze in campo prima separati che ha prodotto una <em>contingenza in atto<\/em>.<strong><em>\u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0<\/em><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Gli stessi appelli degli organizzatori in questione, diffusi nei giorni precedenti attraverso la propaganda telematica e non, i profili facebook quanto i volantinaggi nei mercati, testimoniano enunciazioni discutibili quanto vaghe, dando l\u2019idea di un\u2019indefinitezza di fondo che crea imbarazzo ed enormi difficolt\u00e0 di lettura\u2026 <em>il vuoto di una posizione forte ma il cui sviluppo risulta difficilmente intuibile<\/em>. Ci sono le tasse ed il disagio dei mercatari, di settori di lavoro, dipendente e non, sempre pi\u00f9 precipitati nell\u2019impoverimento, ragioni di insofferenza sociale diverse quanto evidenti e concrete, certo. Ma una volta passati al piano delle proposte \u00a0si incappa nelle richieste pi\u00f9 improbabili e fumose, in proclami contradittori quanto irrealistici. Cos\u00ec possiamo leggere riferimenti al popolo italiano, al <em>Paese che produce<\/em>, indipendentemente sia dal settore che dal ruolo di padrone o subalterno, ma anche ai disoccupati e ai precari. E poche righe dopo, finanche nel primo \u201c<em>Avviso ai cittadini<\/em>\u201d, tardive ed irrealizzabili pretese di recedere da \u201c<em>la globalizzazione, l\u2019Euro<\/em>\u201d o da \u201c<em>questo modello di Europa<\/em>\u201d, per recuperare una fantomatica \u201c<em>sovranit\u00e0 nazionale<\/em>\u201d.<\/p>\n<p><em>\u00a0<\/em><\/p>\n<ul>\n<li><em>Anche a sinistra. Ecografia di un senso comune.<\/em><\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si pu\u00f2 affrettatamente additare, in questa critica spicciola di stampo <em>sovranista<\/em> alle storture della societ\u00e0, proprio la logica distintiva che struttura i movimenti di destra nella loro storia? Tutti i nemici infatti sono rappresentati quali <em>corpo estraneo <\/em>a quello della societ\u00e0: un ceto politico \u201c<em>corrotto<\/em>\u201d, la famosa <em>Casta<\/em>, che mena alla rovina un popolo rimasto alla base sano e produttivo; un\u2019economia globalizzata che schiaccia, tramite la grande distribuzione, le piccole attivit\u00e0 commerciali; ma anche le banche, simbolo di un\u2019economia finanziaria improduttiva e parassitaria, come se questa distinzione fosse possibile. Insomma una visione interclassista dove la sottintesa analogia tra corpo biologico e societ\u00e0 salta agli occhi, l\u2019ingiustizia sociale \u00e8 un\u2019escrescenza, come una metastasi da asportare, mentre i <em>rapporti sociali di produzione <\/em>sembrano scomparire. Peccato che questa stessa visione della societ\u00e0 e delle forze in campo accomuni, con sfumature e declinazioni culturali diverse, la quasi totalit\u00e0 dei movimenti politici d\u2019opposizione, di critica al \u201c<em>modello di sviluppo<\/em>\u201d, che si sono mossi in questi anni anche a sinistra. Si tratta di un <em>senso comune talmente interiorizzato da filtrare la percezione del mondo tanto della casalinga incazzata che dell\u2019attivista di sinistra, del professionista come del precario o del disoccupato, valicando anche le rispettive provenienze politiche<\/em>. Citiamo di sfuggita il <em>Movimento cinque stelle<\/em>, che \u00e8 stato un potente catalizzatore di questo sentire diffuso e non a caso ha assorbito, secondo la regione, una base elettorale di segno opposto (per esempio di sinistra post-viola in Toscana mentre di destra ed ex leghista in Veneto).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel campo della critica sociale alcuni ricercatori appartenenti alla corrente detta <em>Critica del valore (Wertkritik) <\/em>hanno delineato una lucida microfisica di questa tendenza, principalmente nella sua versione di sinistra appunto. Si parla di \u201c<em>ricerca del capro espiatorio<\/em>\u201d come categoria assiologica a cui ricondurre una vulgata che, sotto la parvenza di un messa in discussione radicale dell\u2019assetto sociale vigente, innerva l\u2019opposto di ci\u00f2 che dovrebbe essere una sua critica emancipatoria. Un bell\u2019 articolo di <em>Robert Kurz<\/em>, intitolato non a caso \u201c<em>Populismo isterico<\/em>\u201d, definisce cos\u00ec tale tendenza :<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<em>La caccia al colpevole \u00e8 di gran lunga il passatempo preferito nella nostra societ\u00e0. Se qualcosa non va per il verso giusto su larga scala, nella stragrande maggioranza dei casi non si mette in questione la cosa in quanto tale; piuttosto la responsabilit\u00e0 dovr\u00e0 ricadere su qualcuno. Non sembra opportuno o comunque possibile considerare responsabili obiettivi discutibili, relazioni sociali distruttive o strutture contraddittorie, invece le colpe saranno attribuite ad individui che mancano di risoluzione o che peccano di incompetenza o che rivelano perfino intenti malvagi.<\/em><\/p>\n<p>E ancora qualche riga dopo:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Questo modo di pensare \u00e8 profondamente irrazionale ma rappresenta un sollievo per la coscienza perch\u00e9 esenta chiunque dall\u2019interrogarsi criticamente sulle condizioni della propria esistenza. Problemi impersonali della struttura sociale e del suo sviluppo sono identificati, essenzialmente, con particolari individui, gruppi sociali ecc. o incanalati su di essi simbolicamente.(\u2026)<\/em> <em>Leaders o organi dirigenti possono essere tacciati di incapacit\u00e0 dal corpo sociale oppure i primi, rigirando la frittata, possono accusare la massa di incompetenza, di scarsa dedizione ecc. Tale meccanismo di attribuzione delle colpe \u00e8 alla base del funzionamento della moderna politica. Il popolo se la prende con i politici e i politici bistrattano il popolo.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La matrice di questo paradigma interpretativo per\u00f2 non viene individuata <em>direttamente<\/em> nel <em>fascismo<\/em>, ma proprio nella costruzione discorsiva in cui tutte le sinistre sguazzano acriticamente:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Se il liberalismo come moderna arche-ideologia centrale \u00e8 relativamente pragmatico nella sua ricerca di colpevoli e orientato su alcuni caratteri mutevoli, si deve fare i conti col fatto che la sua progenie ideologica \u00e8 assai compromessa con il concetto unidimensionale di nemico universale.(\u2026) \u00c8 vero che le idee del movimento operaio, che hanno raggiunto nel frattempo i loro limiti, furono in fondo personalizzate nella misura in cui ascrivevano le contraddizioni sociali ad una sorta di \u201cvolont\u00e0 di sfruttamento\u201d da parte dei \u201cproprietari dei mezzi di produzione\u201d piuttosto che alle leggi cieche e alle forze del moderno sistema produttore di merci. Ironicamente proprio questo approccio teoretico riduttivo pu\u00f2 essere ricondotto all\u2019eredit\u00e0 liberale nel marxismo del movimento operaio, particolarmente l\u2019idea che ogni problema possa essere interpretato in termini di relazioni di volont\u00e0. Tuttavia la teoria di Marx fornisce un approccio assai pi\u00f9 penetrante a una \u201ccritica del sistema\u201d degna di questo nome che non confonda crisi strutturali con le \u201ccattive intenzioni\u201d di uomini o gruppi sociali.<\/em><\/p>\n<p>In un altro passo l\u2019autore evoca anche una possibile via d\u2019uscita:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Il contrario di una ricerca irrazionale di colpevoli sarebbe una critica sociale emancipatoria che non mirasse a particolari gruppi di individui, ma cercasse di trasformare le forme dominanti di relazioni e riproduzione sociali.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tutte queste ampie citazioni vogliono sorreggere un argomento sullo sfondo: come ci si pu\u00f2 sorprendere se questo filtro ideologico, questo ordine del discorso che permea la visione delle proprie condizioni d\u2019esistenza di tutta una piccola borghesia planetaria tracimando oltre i confini di classe, collocazione politica e identit\u00e0 culturale, non lascia immune i soggetti (una corposa parte della nostra citt\u00e0) che si sono mobilitati nei blocchi e nelle manifestazioni del <em>9 dic?\u00a0 <\/em>Se quella parte di societ\u00e0 che \u00e8 scesa in strada vi ha riportato, come \u00e8 normale, le opinioni che si sentono ogni giorno al bar o sull\u2019autobus, si sarebbe potuta paventare, soprattutto in quanto a identificazione di colpevoli e capri espiatori, ben peggio di quanto ci sia capitato di sentire aggirandoci nei blocchi. Invece l\u2019appartenenza al popolo, alla nazione, ci \u00e8 sembrato pi\u00f9 che altro il tentativo di affermare un\u2019appartenenza qualsivoglia, un contenitore vuoto. Su questo ritorneremo. Sembra invece che una certa borghesia cittadina, colta e di sinistra, disprezzi la volgarit\u00e0 del \u201c<em>popolo\u201d <\/em>quando prende la parola, anche quando i contenuto riflettono nient\u2019altro che un linguaggio comune, che parla pi\u00f9 che essere parlato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">D\u2019altronde i proletari che abbiamo incontrato in strada si esprimono, come tutti, attraverso codici, valori e termini che sono socialmente determinati. La stessa critica rivoluzionaria non nasce che dall\u2019accumulo di esperienze della lotta di generazioni di proletari, o qualcuno pensa che sia il parto di menti\u00a0 isolate? Magari da far diventare forza materiale con infusioni di coscienza dall\u2019esterno? Se la trasmissione di questa esperienza, il <em>logos <\/em>fuorimoda della liberazione e dell\u2019odio di classe, non appare agli sfruttati come un\u2019ipotesi credibile, o meglio neppure reale e riconoscibile almeno a queste latitudini, a chi attribuire la responsabilit\u00e0?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<ul>\n<li><em>La comunit\u00e0 della merce<\/em><\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ritorniamo quindi sul punto dei tricolori, articolandolo con gli altri angoli prospettici che sono emersi nel corso dell\u2019analisi. Come mai questo profluvio di bandiere e questo rinnovato senso di orgoglio patriottico? Un\u2019assenza di memoria storica delle lotte proletarie, della critica pratica all\u2019identit\u00e0 nazionale che queste hanno espresso nei loro momenti pi\u00f9 felici e nelle componenti pi\u00f9 avanzate? Scontato. Non \u00e8 d\u2019altronde un mistero che il comando capitalistico abbia eroso, nel corso di qualche decennio, la trasmissione del ricordo dei conflitti che le classi pericolose hanno combattuto solo qualche tempo prima.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u201c<em>L\u2019essere che viene \u00e8 un essere qualunque<\/em>\u201d, scriveva un noto filosofo italiano alcuni anni fa, ponendo il problema di costruire una politica che possa appartenere al soggetto di questa \u201cforma di vita\u201d, quindi spogliarsi di qualsivoglia residuo di identit\u00e0 e comunit\u00e0 particolare. \u201c<em>Comunit\u00e0 non mediata da alcuna condizione d\u2019appartenenza<\/em>\u201d. Ci ricorda qualcosa. Traducendo tale intuizione nel sostrato materialistico che la concreta, cio\u00e8 strappandola all\u2019idioma metafisico in cui \u00e8 espressa, si pu\u00f2 parlare di <em>polverizzazione del potere, scomposizione dei luoghi, delle strutture produttive e di sfruttamento.<\/em> Il lascito \u00e8 l\u2019annessa scomparsa dell\u2019identit\u00e0 di classe, del nesso tra spazi di lavoro e di vita, cio\u00e8 di tutto il tessuto di organizzazione dell\u2019esistenza sociale, di rapporti di lotta e delle forme di rappresentazione politica che quel mondo portava seco. Aspetti che sono stati doviziosamente descritti ed indagati nel campo della ricerca militante e non.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le esibizioni di patriottismo che si ripresentano alla superficie di lotte diverse, dalle primavere arabe ai blocchi di casa nostra, parrebbero cozzare con la lettura troppo lineare di un compiuto processo di\u00a0 svuotamento delle identit\u00e0. Lo spazio liscio planetario presenta qualche increspatura. Accantonando le generalizzazioni ed evitando <em>cattive sintesi<\/em> possiamo riferirci alla particolarit\u00e0 del nostro caso per fare qualche osservazione. Gli inni italiani che abbiamo sentito ci sono sembrati pi\u00f9 imparentati con l\u2019euforia del tifo per una partita della nazionale che con una parata militare, pi\u00f9 legati alla ricerca di un senso di comunit\u00e0, di condivisione intensa, che ad una qualche precisa convinzione di carattere politico. Senza voler calcare la mano nel liquidare il significato di questi aspetti\u2026 che altro senso di comunit\u00e0, in un magma sociale cos\u00ec anomico e difforme, si presta all\u2019uso? Non dovremmo scorgere in quei tricolori proprio il contrassegno di una mancanza di identit\u00e0, della tensione frustrata, perch\u00e9 impossibile a soddisfarsi, ad una forma di comunit\u00e0 inesistente? Scomparsa la vecchia \u201ccoscienza di classe\u201d in tutte le sue figurazioni storiche passate, come anche il credo nella propria chiesa politica di riferimento, come sentirsi parte di una <em>qualunque<\/em> dimensione comune?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u201c<em>(\u2026) Che delle singolarit\u00e0 facciano comunit\u00e0 senza rivendicare un\u2019identit\u00e0, che degli uomini co-appartengano senza una rappresentabile condizione di appartenenza, ecco ci\u00f2 che lo stato non pu\u00f2 accettare<\/em>\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0Una <em>comunit\u00e0 impossibile<\/em> e fittizia perch\u00e9 incapace di inverarsi in rapporti reali. L\u2019unica comunit\u00e0 che i proletari possono conoscere allo stato attuale delle cose \u00e8 quella mediata dalla merce, quella del capitalismo stesso. Poi esiste l\u2019anticipazione di rapporti sociali futuri ancora germinale, quella che si pu\u00f2 sperimentare\u00a0 nella rottura aperta dalle lotte, scrollandosi temporaneamente di dosso abitudini ed obblighi sociali che normano il nostro comportamento. Ma rimane un\u2019anticipazione. L\u2019unico altro tipo di comunit\u00e0 pensabile, dove la mediazione della merce e del valore \u00e8 abolita, dove la separazione delle identit\u00e0 si estingue per lasciare spazio a ci\u00f2 che pi\u00f9 unisce, si chiama <em>comunismo.<\/em> La \u201c<em>comunit\u00e0 non mediata da alcuna condizione d\u2019appartenenza<\/em>\u201d appunto, ma non sembra che ci siamo vicini. Essa pu\u00f2 scaturire infatti soltanto dallo sviluppo delle lotte sociali presenti, dai conflitti quotidiani degli sfruttati per i propri bisogni materiali. Essere parte di queste\u00a0 lotte, senza opportunismo n\u00e9 \u00a0arroganza, \u00e8 il minimo che possiamo fare. <em>\u00a0<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>\u00a0<\/em><\/p>\n<ul>\n<li><em>Uso della forza da parte di una minoranza. Minacce ai commercianti: fascismo e democrazia<\/em>.<em>\u00a0<\/em><\/li>\n<\/ul>\n<p align=\"right\"><em>\u201cLa lotta di classe \u00e8 un fatto, ma un fatto crudele.\u201d<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Che l\u2019antifascismo possa essere \u201c<em>il peggiore prodotto del fascismo<\/em>\u201d lo avevamo appreso da tempo. La funzione storica del dispositivo chiamato \u201c<em>antifascismo<\/em>\u201d \u00e8 infatti ricomporre lo \u201c<em>scisma<\/em>\u201d che da vita ad ogni istanza rivoluzionaria. In soldoni la sua funzione si risolve nell\u2019appiattire il campo proletario sulle ideologie, le forme di lotta e gli orizzonti della classe dominante. Non ultima la democrazia. Infatti tra le esternazioni di indignazione delle anime belle di sinistra, anche antagoniste ed anarchiche, quella che pi\u00f9 ci ha lasciato di stucco \u00e8 l\u2019univoca condanna verso le intimidazioni rivolte ai commercianti del centro per imporgli la chiusura. Siamo rimasti spiazzati a sentire, dai microfoni di Radio Blackout, vere e proprie perorazioni della libert\u00e0 di commercio. Sovversivi di comprovata fede hanno profferito invettive rabbiose verso quegli autoritari e fascisti che impediscono ai negozi di tenere aperto liberamente! Siamo disorientati\u2026 qualche minuto prima il \u201c<em>bottegaio<\/em>\u201d non era il nemico sociale da combattere? Un centro sociale cittadino scrive di \u00a0\u00a0\u201c<em>mezzucci intimidatori che indubbiamente appartengono ad altre formazioni politiche<\/em>\u201d, salvo poi domandarsi giustamente nel comunicato successivo: \u201c<em>\u2026 se si aprisse la prospettiva di uno sciopero veramente di massa, i crumiri non li faremmo entrare al lavoro e il commercio lo vorremmo vedere bloccato in solidariet\u00e0, o no?\u201d<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Centrato il punto, rispetto al quale si sovrappongono degli equivoci mostruosi e patenti. L\u2019identit\u00e0 tra fascismo ed <em>uso della forza da parte di una minoranza sociale <\/em>\u00e8 compatibile con un discorso rivoluzionario? Imporre i propri interessi tramite la minaccia della violenza \u00e8 di per s\u00e9 espressione di autoritarismo o costituisce il meccanismo essenziale della lotta di classe? Ci sembra evidente che l\u2019utilizzo della violenza e la minaccia di utilizzarla appartengano in tutto e per tutto al patrimonio del movimento proletario e rivoluzionario. Semmai, come un po\u2019 di prospettiva storica facilmente suggerisce, \u00e8 il fascismo ad essersi organizzato per contenere e contrastare una violenza proletaria sempre pi\u00f9 dilagante (Do you remember <em>biennio rosso<\/em>?) Si pu\u00f2 dire che anche in questo caso il fascismo non ha proprio inventato niente. La critica alle minacce verso i commercianti \u00e8 stata espressa in termini che testimoniano una completa sudditanza ai valori di riferimento ed ai costrutti discorsivi <em>democratici.<\/em> In quanto a noi, che difensori del lavoro e della libert\u00e0 di commercio non lo saremo mai, non vogliamo certo esaltare la violenza acriticamente. La violenza non la amiamo e l\u2019intimidazione neppure\u2026 ma siamo sicuri che le sonore legnate e le umiliazioni inferte ai crumiri nella storia delle lotte di fabbrica fossero cosa pi\u00f9 amena di qualche insulto e vetrina spaccata?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<ul>\n<li><em>Il cielo in una stanza<\/em><\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non ci \u00e8 sfuggito, tra i molti contributi al dibattito in rete, quello di chi ha come d\u2019abitudine proferito la solita lezioncina \u201c<em>anarchica<\/em>\u201d sulla purezza sovversiva da tutti oltraggiata e tradita. Ci rattrista che il livello del confronto, in quello che \u00e8 teoricamente il nostro ambito d\u2019appartenenza, sia cos\u00ec modesto ed insulso. Tuttavia almeno in questo caso ci scomodiamo a liberare il campo da alcune palesi falsificazioni. <em>Ci\u00f2 che viene presupposto come noto non \u00e8 conosciuto<\/em>, diceva un tale. Infatti non di rado sono proprio i detentori della dottrina, i chierici sempre forniti di una <em>ricetta<\/em> pronta per l\u2019occasione, a capire meno proprio quello che vorrebbero insegnare al mondo. Cos\u00ec in un articolo intitolato <em>\u201cSi va o si fischia?\u201d<\/em> i redattori del sito Finimondo, dopo aver salacemente stigmatizzato la stupida dialettica militante tra chi propone di scendere in strada con gli altri e chi vuole rimanere a casa, ci forniscono la suddetta ricetta. Eccola:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<em>\u201cSuvvia, uno sforzo di fantasia. Non lasciamo la Mesa Verde in mano alla finzione cinematografica. Davvero non ci sono altri luoghi nella geografia delle possibilit\u00e0?\u201d<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Capito? Ma certo\u2026 invece che scegliere tra la torre d\u2019avorio in cui isolarsi e il letamaio dove affondare le mani si pu\u00f2 benissimo avere la fantasia di essere\u2026 indovinate un pochino?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma Altrove, tanto per cambiare. D\u2019altro canto cosa mai vorr\u00e0 dire questo \u201caltrove\u201d? Vuol dire apportare pratiche proprie nei luoghi dove la lotta si sta svolgendo? No. Vuol dire tentare un percorso autonomo nel corso della lotta, facendosi trovare in altri luoghi rispetto a quelli previsti. In questo percorso autonomo cercheremo di coinvolgere altre persone, magari una parte di quelle che sono in strada per conto proprio? Vogliamo dialogare almeno in parte con la lotta in corso, creare delle rotture o evitare qualsiasi contatto? Non importa, come non importa che tutte queste modalit\u00e0 siano state tentate con uguale impegno. L\u2019importante \u00e8 elargire istruzioni saccenti. Si \u00e8 capito che, qualsiasi lotta si sviluppi dalla Valsusa a Niscemi, la panacea \u00e8 altrove: disertare tutto, evitare di trovarsi vicino alla \u201cmassa pecorona\u201d sommamente disprezzata. Ma poi questo essere altrove rispetto agli spazi in cui la lotta si concentra, perch\u00e9 dovrebbe essere una direttrice sempre valida? In quale esperienza o testo di teoria rivoluzionaria ed anarchica \u00e8 sancito questo comandamento? Muoversi per proprio conto ed in piccoli gruppi pu\u00f2 favorire alcune pratiche. Sicuro. Ma quando invece esiste il margine perch\u00e9 queste pratiche si possano svolgere, o addirittura allargare, in situazioni di conflitto a fianco di altri sfruttati? Fateci capire se dobbiamo stare da soli perch\u00e9 ce lo ha ordinato il medico. Spiegateci un po\u2019 se anche in un contesto di sommossa a venire, durante il quale voi sarete di certo a casa, dovremmo muoverci sempre ed in ogni caso in piccoli gruppi. Misteri. Ci piace ricordare ipotesi progettuali come quelle dei <em>nuclei autonomi di base<\/em>, complemento organizzativo ai gruppi d\u2019affinit\u00e0, in cui includere sia compagni che altri sfruttati. Le lotte di massa, come finanche le <em>strutture di massa<\/em>, hanno sempre fatto parte degli strumenti di intervento anarchico rivoluzionario nelle lotte sociali. <em>Insieme ad altre pratiche, certamente, non in antitesi.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">D\u2019altronde noi poveri Machiavelli votati al pragmatismo politico, intenti a rimestare nella merda, non capiremo mai le delizie dell\u2019altrove, della citt\u00e0 celeste delle tensioni. Quest\u2019ultima viene contrapposta, in un\u2019altra perla d\u2019articolo, alla citt\u00e0 terrena dei risultati e dei compromessi. Peccato che, come tutti sanno, \u00e8 proprio la <em>scissione tra i sogni della citt\u00e0 celeste e il mondo<\/em> a produrre da una parte la <em>religione<\/em> e dall\u2019altra la <em>politica.<\/em> Ci scusino quindi questi Novatore da tastiera se, dal canto nostro, cerchiamo la debole forza messianica che cova nella merda e nel letame perch\u00e9 la citt\u00e0 celeste (ad usare il loro linguaggio) abbiamo qualche idea di realizzarla.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ci\u00f2 che \u00e8 in questione, anche a prescindere dagli strali dei nostri verbosi amici, \u00e8 il modo stesso di intendere la teoria sovversiva ed il suo rapporto con la pratica di trasformazione. Innanzitutto perch\u00e9 questo rapporto esista crediamo che pi\u00f9 elementi debbano combinarsi. Ci sono certamente delle <em>invarianze<\/em>, delle direttrici di principio che devono muovere l\u2019agire di un compagno. La natura di queste ha tuttavia ben poco a che fare con la ricetta pronta per l\u2019uso. Tali invarianti sono infatti a loro volta il frutto dell\u2019incontro tra ragioni etico-pratiche ed insegnamenti dell\u2019esperienza. Perch\u00e9 si animino e possano assumere concretezza devono essere usate nell\u2019orientamento dell\u2019azione, senza il cui impulso rimangono lettera morta e si infiacchiscono, divenendo bolsa fraseologia ideologica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>\u201cMa poi la parola si logora. Usata per capirsi, non suggerisce pi\u00f9 l\u2019immagine che pure continua a racchiudere in maniera criptica, \u00e8 stanca, non soccorre, ha bisogno di essere soccorsa. Ancora una volta \u00e8 del grande cuore di chi agisce che essa ha bisogno (\u2026)\u201d<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La <em>curiosit\u00e0<\/em> \u00e8 il vero impulso che ci porta a riflettere, andare a vedere, agire ed organizzarci. Questo sentire, che porta a non mettersi al sicuro da ci\u00f2 che disorienta, ma piuttosto a cercarlo e provocarlo giorno per giorno, \u00e8 lo spartiacque, davvero irriducibile, che ci separa dai sentenziatori di tutte le risme.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Finch\u00e9 si abborda la teoria come insieme di <em>formule per recuperare l\u2019ignoto ai parametri del conosciuto<\/em>, fingendo di credere che si tratti di leggi immutabili invece che di suggerimenti pratici, se ne cava fuori poco. A questo gusto rassicurante dell\u2019almanaccare contrapponiamo una \u201c<em>teoria in situazione<\/em>\u201d, che viene in soccorso a chi\u00a0 voglia affrontare i casi imprevisti che si presentano nelle lotte reali, per comprendere che cosa succede e come agire. Senza questa curiosit\u00e0, d\u2019altra parte, non avremmo nulla di cui scrivere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>\u00a0<\/em><\/p>\n<ul>\n<li><em>Conclusioni?<\/em><\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ora si tratta di tirare le somme, anche se delle particolari conclusioni in realt\u00e0 non ci sono. Trovare un risvolto propositivo a questa sequela di impressioni \u00e8 senza dubbio la parte pi\u00f9 difficile. Proveremo soltanto ad accennare una casistica molto schematica di alcune possibilit\u00e0 di intervento, ovvero quelle che sono state prese in considerazione nel dibattito che si \u00e8 svolto tra i compagni che hanno preso parte ai blocchi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211;\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 <em>Che scenario si sarebbe venuto a creare nel caso che, invece di partecipare ad uno o pi\u00f9 blocchi gi\u00e0 esistenti se ne fosse formato uno? Molti dei blocchi temporanei che si sono svolti in citt\u00e0 hanno avuto luogo per iniziativa spontanea di piccoli gruppi, allora perch\u00e9 non pensare di farne uno permanente, per esempio nell\u2019angolo di citt\u00e0 in cui si lotta normalmente e si \u00e8 pi\u00f9 radicati?<\/em> Questa scelta presupporrebbe da un lato la forza sociale necessaria, dall\u2019altro una decisione forte di protagonismo e presenza attiva, non\u00a0 la sola scelta di osservazione critica. Mettiamo, ad esempio, un periodo di particolare partecipazione e impatto della lotta per la casa. Nessuno vieterebbe che nelle zone in cui questa lotta \u00e8 pi\u00f9 presente ci fossero dei blocchi stradali contro gli sfratti, altro problema sociale molto sentito soprattutto in alcuni quartieri. Oppure ancora: questi blocchi potrebbero semplicemente aggregare una parte di quartiere coinvolta in altre lotte senza sovrapporre parole d\u2019ordine diverse da quelle gi\u00e0 presenti nella protesta. Quindi fare dei blocchi insieme agli sfruttati con cui si sono costruiti legami in situazioni di conflitto, dando un contributo alle ragioni di insofferenza sociale diffusa fatte emergere in citt\u00e0. Spesso la densit\u00e0 dei nostri rapporti sociali \u00e8 maggiore o minore secondo l\u2019isolato o la parte del quartiere: scegliere dove collocarsi pu\u00f2 quindi fare la differenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0Alla base delle molte critiche rivolte al \u201c9 dicembre\u201d, soprattutto quelle provenienti dagli ambienti del \u201cmarxismo\u201d pi\u00f9 ortodosso, c\u2019\u00e8 proprio la base sociale della protesta. Non sarebbe possibile \u201c<em>cambiare di segno<\/em>\u201d, con un gesto puramente politico, una mobilitazione che produce istanze reazionarie perch\u00e9 rappresenta <em>soggetti sociali di per s\u00e9 reazionari<\/em>. In strada sarebbe scesa soltanto una piccola borghesia bottegaia arroccata a difesa dei propri privilegi ed il \u201c<em>popolo delle partite iva\u201d. <\/em>Di proletariato e di lavoro dipendente neppure l\u2019ombra. A nostro dire il quadro tratteggiato \u00e8 del tutto falso. Ci troviamo concordi piuttosto con la lettura di chi ha visto mobilitarsi i padroncini, i commercianti <em>e <\/em>i dipendenti. Ad esempio, nei mercati di Porta Palazzo e Barriera, i lavoratori hanno aderito alla protesta a fianco dei proprietari dei banchi. Come contrastare l\u2019egemonia delle componenti borghesi in questa composizione sociale? Si pu\u00f2 parlare di un <em>movimento centripeto<\/em> e di uno <em>centrifugo. <\/em>Il primo \u00e8 quella tendenza designata da altri con la categoria di <em>ricomposizione<\/em>. In sostanza cercare un\u2019alleanza allargata tra gli sfruttati e tutti quei soggetti sociali sempre pi\u00f9 vicini ai bisogni proletari. Il movimento centrifugo consiste <em>nell\u2019approfondire le contraddizioni tra i diversi interessi in campo<\/em>, spaccando un blocco sociale compatto. Non si tratta soltanto di separare gli sfruttati dagli altri, ma di provocare la rottura tra le parti di ceto medio proletarizzato e quelle che davvero difendono privilegi esistenti. Risulta palese che si parla di due movimenti dello stesso processo, quantomeno perch\u00e9 ogni possibile rottura concorrerebbe ad una migliore definizione delle parti in lotta, quindi ad una nuova unione che riarticoli la composizione sociale esistente. Comunque immettere nel vivo della lotta la ricchezza di percorsi reali gi\u00e0 avviati sarebbe un contributo in tal senso. Se si incontrassero nella medesima congiuntura sfrattati, disoccupati, lavoratori etc., potrebbe articolarsi un\u2019agenda di lotta ben pi\u00f9 incisiva della rivendicazione di tasse meno gravose. Gli elementi, da Equitalia alla grande distribuzione ed alle sedi istituzionali, ci sono gi\u00e0 tutti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211;\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 <em>L\u2019altra ipotesi caldeggiata privilegia l\u2019osservazione partecipe dei contesti gi\u00e0 formatisi.<\/em> Nei blocchi sono state coinvolte parti di citt\u00e0 (penso alla zona alta di Barriera, intorno a Piazza Derna e Piazza Rebaudengo) mai toccate dalle lotte. Se in determinate situazioni non ci si improvvisa, data la densit\u00e0 di rapporti di cui abbiamo parlato, momenti di questo genere possono essere l\u2019occasione per coltivare conoscenze e intercettare persone combattive attraverso la pratica. Questo potrebbe anche voler dire mettere a disposizione il proprio bagaglio di conoscenze tecniche e logistiche per rafforzare i blocchi (ad esempio per realizzarne alcuni dove la presenza delle persone \u00e8 superflua). Questa seconda modalit\u00e0 era l\u2019unica alla nostra portata e con essa abbiamo cominciato a misurarci. D\u2019altronde <em>l\u2019autonomia proletaria<\/em> non ha quasi mai bisogno di militanti per prendere spazio. Queste giornate ce l\u2019hanno ricordato. Il nostro stesso modo di muoverci nei blocchi \u00e8 andato modificandosi tra il primo e il terzo giorno, maturando secondo le esperienze fatte. Questo fattore non va trascurato. La capacit\u00e0 di essere\u00a0 in situazioni sociali differenti da quelle abituali, misurandone esigenze e comportamenti per non ricadere nell\u2019estraneit\u00e0 del militante avulso da tutto, \u00e8 un\u2019arte da affinare in ogni situazione propizia. Nessuno dei nodi e delle questioni che abbiamo provato a sviscerare ci si sarebbe presentata agli occhi se non fossimo stati in strada, dal mattino a sera, durante i famosi tre giorni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tutto qua? Ebbene s\u00ec. Soltanto qualche scarna traccia per iniziare a rimboccarsi le maniche e non restare col naso all\u2019ins\u00f9 quando le strade, intorno a noi, torneranno a riempirsi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>\u00a0<\/em><\/p>\n<p><em>\u00a0<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ripubblichiamo qui sotto un contributo alla riflessione sulle giornate torinesi del 9, 10 e 11<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":29916,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[9,11],"tags":[],"class_list":["post-29915","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-panni-sporchi","category-torino-domani"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/macerie.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/29915","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/macerie.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/macerie.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/macerie.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/macerie.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=29915"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/macerie.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/29915\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":34414,"href":"https:\/\/macerie.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/29915\/revisions\/34414"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/macerie.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media\/29916"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/macerie.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=29915"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/macerie.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=29915"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/macerie.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=29915"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}