{"id":30557,"date":"2014-05-26T21:58:34","date_gmt":"2014-05-26T20:58:34","guid":{"rendered":"http:\/\/www.macerie.org\/?p=30557"},"modified":"2014-05-26T21:58:34","modified_gmt":"2014-05-26T20:58:34","slug":"la-prigione-degli-sguardi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/macerie.org\/index.php\/2014\/05\/26\/la-prigione-degli-sguardi\/","title":{"rendered":"La prigione degli sguardi"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/macerie.org\/wp-content\/uploads\/2014\/05\/bunuel_luis-un_chien_andalou_11.jpg\" title=\"bunuel_luis-un_chien_andalou_11.jpg\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/macerie.org\/wp-content\/uploads\/2014\/05\/bunuel_luis-un_chien_andalou_11.jpg\" alt=\"bunuel_luis-un_chien_andalou_11.jpg\" \/><\/a><\/p>\n<p><strong>Note sul processo in videoconferenza <\/strong><\/p>\n<p><strong><em>La catena dei forzati e lo sguardo pubblico<\/em><\/strong><br \/>\nFino al 1836 in Francia sopravviveva la tradizione di far marciare in catene i condannati alla prigione. I futuri galeotti venivano incatenati tra loro con collari di ferro e costretti a marciare sulla pubblica via trascinando i segni della propria condanna e mostrando al popolo, che accorreva numeroso, le conseguenze pronte ad abbattersi su chi violava la legge.<br \/>\n<!--more-->Il cammino verso la reclusione, l&#8217;ultimo viaggio prima di sparire dietro l&#8217;opacit\u00e0 segreta delle prigioni, avveniva dunque sotto gli occhi di tutti, in un cerimoniale pubblico di forte impatto visivo in grado di sprigionare sentimenti contrastanti. La partenza di queste catene umane richiamava il popolo in massa, esibiva il condannato alla folla, alle ingiurie, agli sputi, ma anche alla commozione, alla simpatia, alla complicit\u00e0; lo esponeva allo sguardo pubblico e mostrava il suo sguardo al pubblico, in un rituale complesso il cui esito non era scontato.<br \/>\n&#8220;In tutte le citt\u00e0 dove passava, la catena portava con s\u00e9 la sua festa&#8221;. Non solo collari di ferro e catene, segni obbligati della punizione, adornavano i forzati in marcia, ma anche nastri di paglia e di fiori intrecciati, stracci di tessuti colorati, rammendati dagli stessi forzati su strambi copricapo e berretti sfoggiati per l&#8217;occasione. Un tocco colorato e irriverente di follia gioiosa, di scherno arlecchino e cenciaiolo, poteva trasformare questa marcia lugubre in una &#8220;fiera ambulante del crimine&#8221;, una sorta di trib\u00f9 nomade e galeotta che irrideva i ferri a cui era stata ridotta, malediceva i giudici e ne ingiuriava i tormenti.<br \/>\nE poi quei canti, i canti dei forzati. Canti di marcia intonati collettivamente che tanto impressionavano la plebe e presto diventavano celebri passando di bocca in bocca. Canti che spesso &#8220;eccitavano pi\u00f9 la fierezza di fronte al castigo&#8221; di quanto &#8220;non lamentassero il rimorso di fronte al crimine commesso&#8221;.<br \/>\nTutto questo concorreva a incrinare un cerimoniale di giustizia inscenato dal potere come rituale della colpa e del pentimento, lo rendeva socialmente pericoloso perch\u00e9 capace di rovesciare i segni del potere, di mutarne l&#8217;ordine del discorso, di soverchiarne il codice morale.<br \/>\nCos\u00ec scrive la \u00abGazette des tribunaux\u00bb il 19 luglio 1836: &#8220;non fa parte del nostro costume il condurre cos\u00ec degli uomini; bisogna evitare di dare, nelle citt\u00e0 che il convoglio attraversa, uno spettacolo cos\u00ec orrendo, che d&#8217;altronde non \u00e8 di alcun insegnamento per le popolazioni&#8221;. Di l\u00ec a poco il trasporto dei condannati verso le prigioni non sarebbe pi\u00f9 avvenuto attraverso riti pubblici. Una mutazione tecnica interverr\u00e0 a ripulire le pubbliche vie di un tale contraddittorio spettacolo: la vettura cellulare.<\/p>\n<p><strong><em>La vettura cellulare e lo sguardo panoptico<\/em><\/strong><br \/>\nMichel Foucault, attento studioso della nascita della prigione e dei suoi dispositivi accessori, scrive che &#8220;l&#8217;imprigionare, che assicura la privazione, ha sempre comportato un progetto tecnico&#8221; e che &#8220;la sostituzione nel 1837 della catena dei forzati con la vettura cellulare&#8221; \u00e8 &#8220;sintomo e riassunto&#8221; di una mutazione tecnica, di un &#8220;passaggio da un&#8217;arte di punire a un&#8217;altra&#8221;.<br \/>\nLa vettura cellulare non \u00e8 da intendersi nei fatti semplicemente come un carro coperto adibito al trasporto dei condannati che prima venivano sottoposti al castigo supplementare della ferratura pubblica; \u00e8 piuttosto da considerarsi come un&#8217;innovazione tecnica che segna un cambio di paradigma. Questa vettura era concepita come una prigione su ruote foderata di latta.<br \/>\nImpenetrabile allo sguardo esterno, sfila triste per le vie senza rivelare nulla di quanto contiene. Gli sventurati che vi montano, siano essi gi\u00e0 condannati o in attesa di giudizio, viaggiano sempre in catene, ma ora in piccole celle singole che impediscono non solo di guardare verso l&#8217;esterno, ma anche di incontrare lo sguardo degli altri &#8220;passeggeri&#8221;. Un corridoio centrale permette invece alle guardie di controllare a vista tutti i trasportati attraverso uno sportello.<br \/>\nCos\u00ec la \u00abGazette des tribunaux\u00bb descrive questo meccanismo di controllo interno: &#8220;l&#8217;apertura e la direzione obliqua degli sportelli sono combinate in modo che i guardiani tengano incessantemente gli occhi sui prigionieri, ascoltano le minime parole, senza che quelli possano riuscire a vedersi o a sentirsi tra loro&#8221;.<br \/>\nNon un semplice carro coperto, dunque, ma un dispositivo tecnico elaborato con obiettivi precisi: nascondere il condannato allo sguardo pubblico, impedire al condannato lo sguardo verso il mondo di fuori, negare lo sguardo complice tra forzati, perfezionare lo sguardo sorvegliante. Non una semplice scatola mobile di latta, ma una &#8220;vettura panoptica&#8221;, una prigione degli sguardi che annulla i fasti sbeffeggianti delle catene dei forzati e li rende ciechi, silenziosi, invisibili e controllabili.<br \/>\nL&#8217;opacit\u00e0 segreta delle prigioni si estende e anticipa il suo arrivo; la sua ombra ingloba il condannato e lo sottrae alla vista prima ancora che lui metta piede nella prigione stessa. Il pudore borghese delle riforme trasporta senza pi\u00f9 mostrare come castiga, senza pi\u00f9 dare spettacolo. Niente pi\u00f9 gioco di sguardi tra popolo e criminale, l&#8217;unico sguardo tollerato \u00e8 quello del guardiano sul penitente recluso.<\/p>\n<p><strong><em>La videoconferenza e lo sguardo disincarnato<\/em><\/strong><br \/>\nVeniamo all&#8217;oggi e all&#8217;Italia. L&#8217;ultima frontiera nel campo dei &#8220;trasporti per motivi di giustizia&#8221; \u00e8 il processo per videoconferenza, dove il trasporto semplicemente non avviene, se non in forma immateriale.<br \/>\nL&#8217;imputato di un processo che si trovi gi\u00e0 in carcere per precedenti condanne, o che sia sottoposto a carcerazione preventiva, pu\u00f2 essere processato a distanza, senza che debba abbandonare il carcere in cui \u00e8 ristretto. Accompagnato in una sala attrezzata all&#8217;interno del carcere, segue il dibattimento su un apposito schermo, sotto l&#8217;occhio vigile delle guardie penitenziarie e quello tecnologico di una telecamera disposta a catturare la sua immagine e a ritrasmetterla nell&#8217;aula dove si celebra il processo che lo vede imputato.<br \/>\nCome il passaggio dalle &#8220;catene&#8221; alla &#8220;vettura cellulare&#8221;, l&#8217;introduzione della videoconferenza segna un passaggio che riassume in s\u00e9 un cambio di paradigma. La videoconferenza \u00e8 infatti un dispositivo tecnologico e come tale non \u00e8 neutrale, ma al contrario la sua mediazione comporta mutazioni profonde che affondano nella viva carne di chi ha sfidato la legge.<br \/>\nNe <em>I miserabili<\/em>, Victor Hugo descrive cos\u00ec il dispositivo punitivo per eccellenza, il patibolo: &#8220;il patibolo \u00e8 visione. Il patibolo non \u00e8 una struttura, il congegno inerte fatto di legno, di ferro e di corde. Sembra una specie di essere dotato di non so quale tetra iniziativa; sembra che quella struttura veda, che quella macchina oda, che quel meccanismo comprenda, che quel legno, quel ferro, quelle corde vogliano. Nella spaventosa fantasticheria che la sua presenza suscita nell&#8217;anima, il patibolo appare terribile a partecipe di ci\u00f2 che fa. Il patibolo \u00e8 complice del carnefice; divora, mangia la carne, beve il sangue. Il patibolo \u00e8 una specie di mostro fabbricato dal giudice e dal falegname, uno spettro che sembra vivere una sorta di spaventevole vita fatta di tutta la morte che ha dato&#8221;.<br \/>\nLa videoconferenza, a differenza del patibolo, non \u00e8 un dispositivo che esegue una pena gi\u00e0 comminata, tanto meno quella di morte che non \u00e8 pi\u00f9 prevista nel codice penale, ma ancor pi\u00f9 del patibolo, articolata com&#8217;\u00e8 di microfoni e telecamere, \u00e8 una &#8220;struttura&#8221; che &#8220;vede&#8221;, una &#8220;macchina&#8221; che &#8220;ode&#8221;. Certo, non &#8220;mangia&#8221; la &#8220;carne&#8221;, ma a suo modo &#8220;disincarna&#8221; l&#8217;imputato, smaterializza il suo corpo, lo riduce a un insieme di bit producendo un impatto visivo e di senso all&#8217;interno di un processo che non \u00e8 da sottovalutare: per suo tramite la presenza dell&#8217;imputato, ancorch\u00e9 lontana, diviene spettrale, il suo corpo viene trattato come una interferenza video cui la parola pu\u00f2 essere concessa o sottratta con semplice &#8220;clic&#8221;. Trionfo del pudore riformatore che gi\u00e0 ripul\u00ec le strade dalle catene umane dei forzati e che ora, attraverso le nuove tecnologie, &#8220;libera&#8221; le aule di giustizia da quella presenza incomoda e stridente perch\u00e9 vi appaia indisturbata l&#8217;astrazione del diritto. Negato \u00e8 anche l&#8217;abbraccio tra coimputati che neppure in quella circostanza possono rivedersi. Nessuno scambio affettivo neppure con il pubblico, che neanche appare sullo schermo. Nessuno sguardo complice, nessun saluto ai propri familiari e amici. Una volta entrati in carcere, seppure in via preventiva, non se ne esce pi\u00f9, neppure per il processo. Intombati, cementati. La giuria stessa \u00e8 portata a considerarti cos\u00ec pericoloso da non poter essere tradotto al suo cospetto. In qualche modo la tua colpevolezza \u00e8 gi\u00e0 implicitamente designata nei modi di quella tua &#8220;presenza&#8221;.<br \/>\nIn tutto questo, l&#8217;imputato ridotto a spettatore passivo. Osserva il suo processo su uno schermo come fosse una puntata di &#8220;Forum&#8221; o di &#8220;Quarto grado&#8221;. Unico suo diritto, come da tradizione televisiva, telefonare al suo avvocato durante l&#8217;udienza. Eppure \u00e8 della sua vita che si sta parlando. Suo il corpo eventualmente destinato alla reclusione. Sua la vista amputata dell&#8217;orizzonte. Suo il tatto privato della stretta dei suoi cari. Suo l&#8217;olfatto orfano della primavera. Suo, infine, lo sguardo, abbattuto o fiero, che affronta il &#8220;castigo&#8221;, preventivo o definitivo, giorno dopo giorno. La videoconferenza \u00e8 l&#8217;alleata tecnologica che perfeziona la prigione degli sguardi. Codarda, moltiplica gli occhi che scrutano chi ha offeso il confine della legge, ma non trova pi\u00f9 il coraggio di guardarlo dritto negli occhi. Metafora cibernetica di una giustizia bendata che si dota di protesi oculari meccaniche, ma rimane sempre cieca.<\/p>\n<p><strong><em>Conclusioni decantanti<\/em><\/strong><br \/>\nIntrodotta in Italia per i detenuti sottoposti a regime di 41bis, la videoconferenza applicata ai processi sta ora rapidamente prendendo piede per tutti i detenuti meritevoli, dal punto di vista della giustizia, di un &#8220;occhio&#8221; di riguardo. \u00c8 il caso di Maurizio Alfieri, rapinatore riottoso non incline alla domesticazione carceraria; \u00e8 il caso di Gianluca e Adriano, anarchici accusati di diverse azioni dirette contro l&#8217;Eni, magnati dei rifiuti e altri consorzi veleniferi; potrebbe essere, quantomeno gi\u00e0 lo \u00e8 nella volont\u00e0 della procura di Torino, il caso di Claudio, Chiara, Niccol\u00f2 e dello scrivente, accusati di un atto di sabotaggio contro il cantiere dell&#8217;Alta velocit\u00e0 di Chiomonte. Una deroga speciale al &#8220;diritto di difesa&#8221;, che prevede la presenza fisica dell&#8217;imputato accanto al difensore durante il processo, giustificata con il solito pretesto della &#8220;sicurezza&#8221; e dell'&#8221;ordine pubblico&#8221;. Una novit\u00e0 pericolosa, quella della videoconferenza destinata ad attecchire e a estendersi rapidamente se non subitamente estirpata, dacch\u00e9, si sa, \u00e8 l&#8217;eccezione di oggi a forgiare la norma di domani. Il paradigma che sottende a questa nuova &#8220;mutazione tecnica&#8221; \u00e8 complesso, ed \u00e8 difficile qui e ora computarne e sviscerarne tutte le declinazioni. Sicuramente il tipo di dibattimento processuale che va delineandosi vede una progressiva scomparsa dell&#8217;imputato, un crescente condizionamento a priori della giuria e lo strapotere inquisitorio dei pubblici ministeri. Quella che ho cercato di fare qui \u00e8 di evidenziare alcune ricadute di questa mutazione tecnica concentrandomi sulla questione dello &#8220;sguardo&#8221;, cio\u00e8 sullo scambio visivo tra occhio galeotto, occhio giudicante e occhio pubblico. Molte altre considerazioni altrettanto e anche pi\u00f9 pregnanti potrebbero essere fatte. Ad esempio su come la videoconferenza impedisca al difensore di confrontarsi con il proprio assistito durante l&#8217;udienza; o ancora come nella spettacolarizzazione dei processi gli effetti speciali e le illusioni ottiche siano spesso pi\u00f9 determinanti dei fatti concreti di cui si discute. Ma la mia fede nel diritto \u00e8 talmente scarsa che non sto a entrare nel merito di certi particolari. Preferisco concludere queste note approssimative attorno al processo in videoconferenza citando alcune vecchie canzoni galeotte, di quelle cantate nelle strade dalle catene dei forzati. Parole schiette che da sole dicono quasi tutto.<\/p>\n<p>&#8220;Avidi di infelicit\u00e0, i vostri sguardi cercano di incontrare tra noi una razza infame che piange e si umilia. Ma i nostri sguardi sono fieri.&#8221; &#8220;Addio, perch\u00e9 noi sfidiamo e i vostri ferri e le vostre leggi&#8221;.<\/p>\n<p align=\"right\">Mattia Zanotti<br \/>\ndalla sezione di Alta Sorveglianza del carcere di Alessandria,<br \/>\nfine aprile 2014<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Note sul processo in videoconferenza La catena dei forzati e lo sguardo pubblico Fino al<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[5],"tags":[],"class_list":["post-30557","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-diario"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/macerie.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/30557","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/macerie.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/macerie.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/macerie.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/macerie.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=30557"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/macerie.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/30557\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/macerie.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=30557"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/macerie.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=30557"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/macerie.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=30557"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}