{"id":31752,"date":"2015-12-23T13:28:48","date_gmt":"2015-12-23T12:28:48","guid":{"rendered":"http:\/\/www.macerie.org\/?p=31752"},"modified":"2020-02-24T16:22:10","modified_gmt":"2020-02-24T15:22:10","slug":"tornanti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/macerie.org\/index.php\/2015\/12\/23\/tornanti\/","title":{"rendered":"Tornanti"},"content":{"rendered":"<h3><\/h3>\n<p><a title=\"definitivocop.jpg\" href=\"https:\/\/macerie.org\/wp-content\/uploads\/2015\/12\/definitivocop.jpg\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/macerie.org\/wp-content\/uploads\/2015\/12\/definitivocop.jpg\" alt=\"definitivocop.jpg\" \/><\/a><\/p>\n<p><em>Pubblichiamo un testo lungo e corposo.<br \/>\nSebbene sia stato scritto da alcuni redattori di \/\/Macerie e storie di Torino\/\/ non \u00e8 tuttavia un testo redazionale: \u00e8 stato elaborato tenendo conto di molte osservazioni, affrontando discussioni con altri compagni torinesi, accogliendo alcune critiche e respingendone altre.<br \/>\nSperiamo che possa essere discusso ancora e altrove, perch\u00e9 i problemi che pone, molti pi\u00f9 numerosi di quelli a cui vuol rispondere, ci sembrano ambiziosi e urgenti. E non solo per la lotta contro il Tav.<\/em><\/p>\n<p><em>Qui potete trovare <a href=\"https:\/\/macerie.org\/wp-content\/uploads\/2015\/12\/definitivodefinitivo.pdf\">una versione in pdf <\/a>del testo. <\/em><\/p>\n<p><em>Cliccando qui trovate invece una\u00a0<\/em><a href=\"https:\/\/macerie.org\/wp-content\/uploads\/2015\/12\/tornanti_opuscolo.pdf\">versione impaginata<\/a><em>\u00a0e pronta per essere stampata.<\/em><\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p>I bilanci si fanno alla fine.<br \/>\nCi\u00f2 che segue non \u00e8 quindi un bilancio, ma sono solo delle riflessioni in ordine sparso a partire dalla solidariet\u00e0 sviluppatasi attorno agli arrestati per il sabotaggio al cantiere di Chiomonte del maggio 2013.<br \/>\nNon ci sembra infatti sia possibile provare a tirare le somme. Non solo perch\u00e9 non \u00e8 ancora terminata la vicenda processuale dei sette compagni arrestati, ma soprattutto perch\u00e9 a continuare \u00e8 la lotta contro la tratta ferroviaria ad alta velocit\u00e0 Torino-Lione.<br \/>\nE gran parte delle iniziative e dei discorsi successivi a questi arresti hanno tentato di tenere costantemente intrecciate la difesa dei compagni in carcere e l&#8217;opposizione al Tav, nella convinzione che la migliore risposta alla repressione sia quella di non consentirle di stroncare il percorso di lotta contro cui \u00e8 indirizzata l&#8217;azione dei magistrati.<br \/>\nA dir la loro su questi arresti, a dar vita e partecipare alle diverse iniziative di solidariet\u00e0 sono stati moltissimi uomini e donne. Un evento straordinario, in senso letterale. <em>Extraordinario<\/em> perch\u00e9 \u00e8 difficile ricordare una solidariet\u00e0 con un&#8217;intensit\u00e0 e un&#8217;ampiezza tali. Ma letterale anche perch\u00e9 non si tratta di caricare questo termine con un&#8217;aura talmente positiva da porlo al di sopra di ogni critica.<br \/>\nL&#8217;auspicio \u00e8 che queste righe possano contribuire a sottolineare ci\u00f2 che si \u00e8 fatto di buono ma anche le potenzialit\u00e0 inespresse e i limiti emersi, cos\u00ec da poter essere d&#8217;aiuto quando altre inchieste ed altri arresti tenteranno di ostacolare l&#8217;opposizione al Tav, o tutte le altre lotte.<br \/>\nPer quanto scontato, \u00e8 comunque meglio ribadire che questo \u00e8 un testo di alcuni compagni di Torino che hanno contribuito attivamente alla solidariet\u00e0 nei confronti degli arrestati.<br \/>\nUn testo che quindi esprime riflessioni, tensioni e prospettive parziali, le nostre.<\/p>\n<p>Prima di provare a ragionare pi\u00f9 approfonditamente su <em>come<\/em> e <em>quanto<\/em> si sia riuscita a manifestare la propria solidariet\u00e0 nei confronti dei compagni arrestati, e a rilanciare l&#8217;opposizione all&#8217;Alta Velocit\u00e0, \u00e8 il caso di partire da uno degli elementi che ha dato cos\u00ec tanto rilievo a questa inchiesta giudiziaria: l&#8217;accusa di terrorismo.<\/p>\n<p><strong>Nel tentativo di colmare una lacuna: l&#8217;articolo 270-sexies c.p.<\/strong><br \/>\nL&#8217;articolo su cui la Procura di Torino ha tentato di poggiare la sua accusa di terrorismo contro i responsabili del sabotaggio al cantiere di Chiomonte del maggio 2013 \u00e8 l&#8217;ormai sufficientemente noto 270-sexies. E pi\u00f9 precisamente la parte di quell&#8217;articolo che definisce come terroristica la condotta volta a costringere le istituzioni a compiere o astenersi dal compiere un determinato atto. Molto \u00e8 stato scritto e detto su questo punto: se i reati di terrorismo vengono definiti <em>reati d&#8217;autore <\/em>in quanto dipendono dall&#8217;identit\u00e0 di chi li commette pi\u00f9 che dal gesto illegale in s\u00e9, la possibilit\u00e0 di poter etichettare come terrorista chiunque decida di mettere i bastoni tra le ruote ad un singolo progetto democraticamente approvato rappresenta per lo Stato un ottimo strumento per contrastare chi turba la pace sociale.<br \/>\n\u00c8 notevole il fatto che per ricevere una etichetta simile, e gli anni di carcere che essa garantisce, <em>ieri<\/em> si dovesse essere accusati di \u00abvoler sovvertire le istituzioni democratiche\u00bb, di voler far la <em>Rivoluzione <\/em>insomma, <em>oggi <\/em>invece basta, tra le altre cose, opporsi realmente alla costruzione di una <em>ferrovia<\/em>; \u00e8 notevole perch\u00e9 sembra dirla lunga su quanto l&#8217;asticella di ci\u00f2 che lo Stato \u00e8 disposto a tollerare si stia notevolmente abbassando.<br \/>\nMa in fondo non \u00e8 questo l&#8217;aspetto pi\u00f9 significativo del 270-sexies.<br \/>\nCerchiamo di vedere cosa la legislatura in materia di terrorismo ha da dirci riguardo al mondo in cui viviamo, e in particolare riguardo alle lotte che tentano in qualche modo di scompaginarlo. Gli articoli di legge in materia di terrorismo, in uso dal 1980 e precedenti alla concezione del 270-sexies, erano pensati per far fronte a movimenti di lotta caratterizzati da un forte collante ideologico, che quindi dichiaravano esplicitamente il proprio carattere rivoluzionario. Era questo il nemico contro cui lo Stato, allora, avvertiva la necessit\u00e0 di dotarsi di tali strumenti repressivi.<br \/>\nOggi, il <em>nemico <\/em>che il 270-sexies chiama in causa sembra invece molto diverso; diversi sembrano infatti i conflitti che caratterizzano, con ampiezza e radicalit\u00e0 relative, il periodo attuale.<br \/>\nUn rapporto del Censis di qualche anno fa sottolineava come <em>\u00abil malessere rimane allo stato fluido fino a che non avviene qualcosa che ne consente il coagulo intorno a fatti di elevata specificit\u00e0. Fatti che possono essere molto diversi tra loro, ma che fungono da inneschi. Pu\u00f2 essere una crisi aziendale, un progetto di trasformazione territoriale, una proposta di legge, addirittura un fatto di cronaca o una semplice dichiarazione di intenti proveniente dalla sfera pubblica\u00bb<\/em>.<br \/>\nCi si organizza e si lotta prevalentemente per contrastare singoli progetti dello Stato \u2013 una nuova ferrovia o trivellazioni petrolifere \u2013 o per far fronte a problemi circoscritti (ancorch\u00e9 collettivi) \u2013 come la casa, le bollette o dei licenziamenti. Non viene messa in discussione, esplicitamente o in toto, l&#8217;esistenza dello Stato, del Capitale, della Borghesia o del Potere, a seconda delle preferenze e inclinazioni di ognuno. E tutto lascia prevedere che anche in futuro continueranno ad essere questi i tipi di movimenti e di lotte che perlopi\u00f9 alimenteranno la conflittualit\u00e0 sociale.<br \/>\nIl 270-sexies \u00e8 dunque servito a colmare questo vuoto legislativo.<br \/>\nL&#8217;inchiesta per i fatti di Chiomonte \u00e8 il primo tentativo in grande stile di <em>testarne funzionamento ed efficacia.<\/em><br \/>\nNon si pu\u00f2 non riconoscere che, ancor pi\u00f9 che in passato, in quest&#8217;occasione lo Stato ha mostrato una notevole lungimiranza, dotandosi per tempo di una serie di strumenti che potranno tornargli utili per affrontare le minacce future.<br \/>\nDato a Cesare ci\u00f2 che \u00e8 di Cesare, \u00e8 bene per\u00f2 sottolineare come questo primo<em> test<\/em> si sia dimostrato, per le autorit\u00e0, un fallimento. Non stiamo parlando dell&#8217;aspetto strettamente processuale, dato che l&#8217;iter deve ancora concludersi. N\u00e9 il campo giudiziario pu\u00f2 costituire il terreno su cui chi lotta deve muoversi o misurare la bont\u00e0 di ci\u00f2 che ha fatto.<\/p>\n<p><strong>Boomerang<\/strong><br \/>\nChi lotta contro il Tav non si \u00e8 fatto spaventare dalla portata delle accuse.<br \/>\nIl movimento si \u00e8 anzi compattato, stringendosi attorno a chi era rinchiuso in carcere, rendendo questi arresti un&#8217;occasione per rilanciare una resistenza che non attraversava certo uno dei suoi momenti migliori. Sin da subito c&#8217;\u00e8 stata una chiara consapevolezza di come la posta in gioco andasse ben oltre i confini della Valsusa e dell&#8217;opposizione al Tav. Una consapevolezza condivisa anche con altre esperienze di lotta che potrebbero essere attaccate, presto o tardi, a colpi di 270-sexies; numerosi e diversissimi sono stati i messaggi di solidariet\u00e0 arrivati dai pi\u00f9 svariati contesti ai compagni in carcere, e tanti i dibattiti e le iniziative organizzati un po&#8217; ovunque.<br \/>\nTra queste da sottolineare in particolar modo la giornata del 22 febbraio 2014, quando in pi\u00f9 di 40 citt\u00e0 e paesi, moltissimi uomini e donne hanno manifestato la propria solidariet\u00e0 agli arrestati a partire dalle ragioni del proprio <em>No<\/em>; o quella del 10 maggio dello stesso anno, quando diverse migliaia di persone, tra cui molte non appartenenti ai tradizionali circuiti militanti, hanno attraversato in corteo il centro di Torino a pochi giorni dall&#8217;inizio del processo.<br \/>\nOltre a riconoscere la posta in gioco si \u00e8 anche rispedita al mittente l&#8217;accusa di terrorismo.<br \/>\nNon ci sono stati \u2013 cosa non da poco, specie in un movimento di solidariet\u00e0 cos\u00ec ampio \u2013 pubblici distinguo con cui spesso, nel difendere qualcuno dall&#8217;accusa di essere un terrorista, si rimarcano prontamente le distanze tra l&#8217;accusato e qualcun altro, cos\u00ec da lasciar intendere in maniera pi\u00f9 o meno esplicita che a quest&#8217;ultimo l&#8217;etichetta di terrorista non starebbe poi male.<br \/>\nL&#8217;accusa di terrorismo \u00e8 stata rispedita al mittente dato che si \u00e8 sempre affermato che terrorista \u00e8 chi \u00abdevasta e militarizza i territori\u00bb, una perifrasi che indica evidentemente lo Stato. Una delle poche eccezioni a riguardo \u00e8 stata rappresentata da un opuscolo, intitolato <a href=\"https:\/\/macerie.org\/wp-content\/uploads\/2015\/12\/welcome-to-the-terrordome.pdf\"><em>Welcome to the Terrordome<\/em><\/a>, distribuito durante il corteo del 10 maggio 2014. Sebbene epurato in seguito delle parti pi\u00f9 impresentabili, la questione \u00e8 stata affrontata dai suoi autori in maniera contraddittoria e confusa, riproponendo proprio quelle immagini, quei concetti e quei ragionamenti tipici dei mass-media, che l&#8217;opuscolo intendeva esplicitamente \u00absmontare\u00bb.<br \/>\nNel suo complesso, la reazione a questi arresti \u00e8 stata quindi un&#8217;ottima dimostrazione di come far s\u00ec che un&#8217;inchiesta possa tramutarsi in un boomerang per chi l&#8217;ha pianificata. Un boomerang reso ancor pi\u00f9 affilato dal fatto che sin da subito, nel difendere gli arrestati, si sia difesa senza <em>se<\/em> e senza <em>ma<\/em> anche l&#8217;azione di cui questi erano accusati: il danneggiamento tramite lancio di bottiglie molotov di alcuni mezzi del cantiere di Chiomonte. Una solidariet\u00e0 indipendente quindi dalla loro innocenza o colpevolezza. O meglio, ripensando al calore e all&#8217;entusiasmo suscitati dalle dichiarazioni con cui in tribunale alcuni imputati hanno detto di aver partecipato a quel sabotaggio, una solidariet\u00e0 all&#8217;insegna del: \u00absiamo al vostro fianco se siete innocenti&#8230; e ancor pi\u00f9 se siete colpevoli\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Una breve parentesi<\/strong><br \/>\nSubito dopo l&#8217;azione del 13 maggio, il Movimento No Tav, attraverso alcuni suoi esponenti difende pubblicamente questo sabotaggio, dichiarando che quando, come nel caso della lotta No Tav, le si \u00e8 provate un po&#8217; tutte e non vengono lasciate altre possibilit\u00e0, il sabotaggio diventa un mezzo necessario per continuare a resistere. Citando poi alcuni passi di Capitini e Mandela si descrive il sabotaggio, quando diretto a danneggiare cose e non persone, come una pratica che pu\u00f2 a pieno titolo essere utilizzata da chi si considera non-violento.<br \/>\nPrima di affrontare la questione \u00absabotaggio\u00bb, ci sembra per\u00f2 opportuno partire da un problema di cui si discute poco e trascurato finora dai pi\u00f9, compreso chi scrive.<br \/>\nIl problema del \u00abchi parla per chi\u00bb.<br \/>\nCome altri movimenti di lotta, anche il Movimento No Tav non ha mai scelto formalmente, al suo interno, dei delegati o portavoce autorizzati a parlare a nome dell&#8217;intero Movimento. Nel corso del tempo, diversi uomini e donne hanno ricoperto questo ruolo, per periodi pi\u00f9 o meno lunghi, in virt\u00f9 di alcune caratteristiche riconosciute loro \u2013 come ad esempio la costanza nella lotta, il carisma, la capacit\u00e0 oratoria e l&#8217;intuito.<br \/>\n\u00c8 accaduto pi\u00f9 volte, si pensi ad esempio ad alcune conferenze stampa ma non solo, che le valutazioni di questi portavoce non fossero frutto di precedenti discussioni collettive svoltesi negli spazi organizzativi che il Movimento si \u00e8 dato, come le assemblee popolari o i coordinamenti dei comitati. E non \u00e8 semplice comprendere <em>quando<\/em> e <em>quanto<\/em> queste valutazioni individuali rispecchiassero il sentire degli altri No Tav che compongono il Movimento. E se anche fosse possibile riportare un sentire comune, non \u00e8 affatto facile capire <em>quanto<\/em> ci\u00f2 sia dovuto al \u00abfiuto\u00bb di chi ha parlato, cio\u00e8 alla sua capacit\u00e0 di comprenderlo e farsene portavoce, o <em>quanto<\/em> invece non siano state piuttosto le parole di questi portavoce a influenzare poi il sentire generale.<br \/>\nLa <em>difesa<\/em> del caso di sabotaggio da cui eravamo partiti \u00e8 stata articolata durante un&#8217;assemblea in Valsusa, riproposta dopo i sabotaggi che nelle settimane successive hanno colpito alcune ditte che lavorano nel cantiere di Chiomonte, e ripresa e sostenuta con diverse manifestazioni e iniziative dopo gli arresti \u2013 ripetendo \u00abquella notte c&#8217;eravamo tutti\u00bb; questo fatto consente di affermare, perlomeno secondo chi scrive, che questa difesa a spada tratta esprimesse il pensiero di tanti No Tav, per quanto sia probabile che qualcuno fosse parzialmente o totalmente in disaccordo ma non abbia voluto esprimerlo apertamente.<br \/>\nSe prendiamo invece in considerazione un caso in cui degli atti di sabotaggio contro delle ditte che lavoravano nel cantiere sono stati etichettati come delle provocazioni, come nell&#8217;estate del 2011, subito dopo lo sgombero della Maddalena, \u00e8 difficile dire di quale consenso godesse questa presa di posizione, per quanto non sia stata molto criticata. Una difficolt\u00e0 legata al fatto che su questi sabotaggi non ci fu un confronto assembleare precedente a questa presa di distanza. E criticarla pubblicamente in seguito, come \u00e8 accaduto solo su qualche giornale o sito internet di movimento, non era certo facile, per il timore di esporsi.<br \/>\nSarebbe quindi della massima importanza che <em>se<\/em> (la cui cosa non \u00e8 pacifica n\u00e9 scontata) un movimento sceglie di avere dei portavoce \u2013 perch\u00e9 di scelta si tratta \u2013 <em>chi<\/em> parla e <em>cosa<\/em> vien detto a nome di tutti sia deciso attraverso criteri precisi e rigorosi. Altrimenti il rischio \u00e8 che si radichino, a tal punto da divenire normali, una serie di atteggiamenti e modi di fare che ostacolano il confronto e le discussioni, immiserendo cos\u00ec il dibattito e la lotta nel suo complesso. Un problema che non \u00e8 reso meno grave dal fatto che spesso molti accettano di buon grado la possibilit\u00e0 di delegare a qualcun altro tutta una serie di impegni e responsabilit\u00e0.<\/p>\n<p>Il passaggio del \u00abchi parla per chi\u00bb \u00e8 solo un aspetto del pi\u00f9 generale problema di quanto le strutture organizzative e le modalit\u00e0 decisionali di cui un movimento si dota favoriscano o piuttosto soffochino l&#8217;autorganizzazione della lotta. Una questione che nel caso del Movimento No Tav \u00e8 resa ancor pi\u00f9 complicata dal fatto che non esiste un criterio preciso per stabilire <em>chi faccia parte <\/em>e<em> chi no<\/em> di questo Movimento, e qui indichiamo con questa grafia il movimento che si oppone alla costruzione della Torino-Lione, visto che chi si oppone ad altri corridoi dell&#8217;Alta Velocit\u00e0 aggiunge delle specifiche al proprio nome (come ad esempio No Tav Terzo Valico). In questo caso non ci sono tessere, e sono state tantissime le persone che hanno partecipato attivamente e con costanza alla lotta in Valsusa senza far parte di alcun comitato, senza vivere in Valle e neanche nella cintura di Torino.<\/p>\n<p><strong>Sabotaggio: non violenza vs violenza?<\/strong><br \/>\nCome detto, nella <em>difesa<\/em> del sabotaggio pronunciata in Valsusa nel maggio 2013, si \u00e8 descritta questa come una pratica che pu\u00f2 appartenere a pieno titolo a una lotta non-violenta.<br \/>\nUna presa di posizione importante che sarebbe pi\u00f9 che auspicabile fosse fatta propria un po&#8217; da tutti i partigiani della non-violenza. Cos\u00ec che le azioni non-violente abbandonino la logica della testimonianza su cui ci sembra si siano adagiate, e cerchino un modo per contribuire in maniera pi\u00f9 concreta alle lotte. La sensazione di chi scrive, che non \u00e8 un non-violento, \u00e8 infatti che in tante occasioni non-violenza <em>faccia rima <\/em>con rispetto della legalit\u00e0, cos\u00ec che si sceglie <em>cosa fare<\/em> e <em>cosa non fare<\/em> non in base a ci\u00f2 che si ritiene pi\u00f9 giusto e nel contempo utile alla lotta, ma con il codice penale in mano, rendendo cos\u00ec lo Stato il depositario dei criteri etici a cui chi lotta dovrebbe attenersi. Un abisso da quanto fatto e detto nella sua storia dal Movimento No Tav.<br \/>\nNell&#8217;includere il sabotaggio tra gli strumenti della lotta non-violenta, si \u00e8 messo l&#8217;accento sulle proprie convinzioni: danneggiare o distruggere dei macchinari risulta un prezioso bagaglio nell&#8217;opposizione reale ad un progetto imposto da altri.<br \/>\nFatto ancora pi\u00f9 notevole \u00e8 che a una tale posizione non si sono aggiunti espliciti giudizi contro eventuali azioni di sabotaggio, e contro i loro autori, che potrebbero coinvolgere delle persone.<br \/>\nRagionare sul rapporto tra<em> violenza<\/em>, <em>non-violenza<\/em> e lotte non \u00e8 certo semplice e non a caso questo dibattito attraversa l&#8217;intera storia dei movimenti di lotta, anche quelli rivoluzionari. Le diverse posizioni a riguardo sono caratterizzate da sentimenti e valutazioni di varia natura e risultano pertanto ricche al proprio interno di differenze e sfumature. A complicare ulteriormente le cose ci ha pensato poi il revisionismo sub\u00ecto dalle lotte degli anni &#8217;60 e &#8217;70 che ha reso <em>la violenza<\/em> un argomento tab\u00f9 nell&#8217;ambito dei conflitti sociali.<br \/>\nAlla luce di queste difficolt\u00e0 sarebbe veramente prezioso provare a ragionarne in maniera seria e approfondita all&#8217;interno di una lotta di questo tipo. Una discussione simile, all&#8217;interno del Movimento No Tav, potrebbe risultare particolarmente <em>viva<\/em> e interessante. Perch\u00e9 molti potrebbero parteciparvi partendo dal proprio vissuto, da come l&#8217;esperienza maturata nel corso della lotta contro il treno veloce abbia influenzato \u2013 modificando, rafforzando o semplicemente rendendo pi\u00f9 chiare le idee che si avevano a riguardo \u2013 il loro rapporto con la violenza. Per provare a discuterne adeguatamente crediamo sia quindi necessario non adagiarsi su definizioni o ragionamenti che tendono a semplificare o eludere alcuni problemi, piuttosto farli emergere percorrendo tutte le strade possibili.<br \/>\nNella sua difesa del sabotaggio, il Movimento No Tav ha definito la lotta contro la linea Torino-Lione una lotta <em>non-violenta<\/em>. Una definizione che non ci sembra molto precisa. Pensiamo ad esempio al 3 luglio, quando un gran numero di uomini e donne, nel tentativo di rioccupare l&#8217;area in cui si era appena insediato il cantiere, non si sono tirati indietro di fronte alla necessit\u00e0 di scontrarsi con le forze dell&#8217;ordine. E nei giorni successivi, in cui al martellamento mediatico volto a spingere il Movimento, o almeno una parte di esso, a prendere le distanze e condannare le violenze, la risposta pubblica \u00e8 stata \u00abSiamo tutti black-bloc\u00bb.<br \/>\nPremettiamo di non essere degli esperti in materia, ma abbiamo sempre pensato che chi agisce guidato dall&#8217;etica o dall&#8217;ideologia <em>non-violenta<\/em>, dovrebbe evitare di rischiare che ci\u00f2 che fa possa far male o ferire qualcuno, anche se in reazione a una violenza subita, anche se lo fa perch\u00e9 attaccato per primo, per difesa. Si dovrebbe quindi, in determinate condizioni, rinunciare a determinate iniziative per evitare di correre il rischio di far violenza contro qualcuno, dato che \u00e8 facile immaginare che tali iniziative possano innescare una spirale di violenza; oppure si dovrebbe essere disposti a subire senza reagire attivamente, ad esempio tenendo le mani alzate davanti a un reparto di celerini che carica.<br \/>\nSe invece riteniamo di poter usare violenza contro qualcuno, se costretti a farlo per difenderci, perch\u00e9 stiamo subendo una violenza da cui vogliamo liberarci, o perch\u00e9 anche a causa di questa violenza ci stanno imponendo delle decisioni che contestiamo, allora \u00e8 difficile definirsi <em>non-violenti<\/em>, fare della <em>non-violenza<\/em> il criterio primo e pi\u00f9 alto su cui basare il proprio agire.<br \/>\nL&#8217;8 dicembre 2011, prima che iniziasse un assedio al cantiere, un No Tav, in un discorso al megafono che incitava a circondarlo, indic\u00f2 le recinzioni e i macchinari all&#8217;interno dello stesso come l&#8217;obiettivo da danneggiare, specificando che non lo erano invece le forze dell&#8217;ordine che lo difendevano. \u00abS\u00ec, ma data la legge fisica che impedisce a un corpo di attraversarne un altro, cosa facciamo se tra noi e quelle recinzioni e macchinari incontriamo degli uomini in divisa?\u00bb fu la domanda un po&#8217; retorica con cui qualcuno rispose all&#8217;intervento al megafono.<br \/>\nE sono numerose le giornate che mostrano come in molti tra coloro che lottano contro il treno veloce siano consapevoli della <em>non-attraversabilit\u00e0<\/em> dei corpi, e altrettanto determinati a trovare un qualche modo per ovviare a questa legge della fisica.<br \/>\nA chi scrive sembra proprio che il rapporto con la violenza all&#8217;interno della lotta No Tav sia regolato da criteri di questo tipo. Non si esclude a priori la possibilit\u00e0 di farvi ricorso, diversamente da quanto dovrebbe accadere in una lotta non-violenta, ma si accetta questa possibilit\u00e0 come un fatto sgradito, che si preferirebbe evitare, ma che purtroppo \u00e8 alle volte necessario, perch\u00e9 sono le ragioni della lotta a imporlo.<br \/>\nLe valutazioni su cosa imponga la lotta, per non essere costretti a tornarsene a casa o limitarsi a iniziative di testimonianza, non sono certo oggettive. Come non sono oggettivi i criteri che consentono di stabilire dove cominci e soprattutto dove termini il carattere difensivo di un nostro comportamento. Scriveva a proposito un rivoluzionario vissuto agli inizi del secolo scorso: \u00abLa violenza \u00e8 giustificabile solo quando \u00e8 necessaria per difendere se stesso e gli altri contro la violenza. Dove cessa la necessit\u00e0 comincia il delitto. Ma lo schiavo \u00e8 sempre in stato di legittima difesa e quindi la sua violenza contro il padrone, contro l&#8217;oppressore, \u00e8 sempre moralmente giustificabile e deve essere regolata solo dal criterio dell&#8217;utilit\u00e0 e dell&#8217;economia dello sforzo umano e delle sofferenze umane\u00bb.<br \/>\nUna volta messa in discussione la definizione di <em>lotta non-violenta<\/em> ci si trova dunque a dover affrontare criticamente una serie di problemi messi finora sotto il tappeto. Problemi vissuti magari in prima persona, ma su cui non si \u00e8 stati finora obbligati a ragionare e discutere insieme ad altri \u2013 attivit\u00e0 che richiedono un&#8217;attenzione e una precisione ben maggiori di quelle utilizzate quando si riflette tra s\u00e9 e s\u00e9. Uno sforzo collettivo che abbiamo gi\u00e0 detto sarebbe invece auspicabile, specie se non ricercasse una sintesi o un&#8217;identit\u00e0 di vedute ma tendesse piuttosto a favorire la possibilit\u00e0 che ognuno si esprima a riguardo, cos\u00ec da far emergere i diversi<em> perch\u00e9<\/em> e le tante sfumature di cui queste convinzioni sono ricche. In modo da poter valutare pi\u00f9 adeguatamente<em> se <\/em>e <em>come<\/em> valutazioni differenti possano convivere. <em>Se<\/em> e <em>come<\/em> tutti coloro che ritengono la <em>non-violenza<\/em> un criterio irrinunciabile dell&#8217;agire possano camminare al fianco di chi ha una visione diversa del rapporto tra lotte e violenza, e viceversa.<br \/>\nUn dibattito ben lontano insomma da come vengono affrontate abitualmente questioni simili in diversi ambiti e lotte, da diversi militanti, quando a prevalere difficilmente sono contenuti e disponibilit\u00e0 al confronto, ma piuttosto scomuniche ed insulti.<\/p>\n<p><strong>Sabotaggio: tra pratica e metodo<\/strong><br \/>\nLa<em> difesa<\/em> del sabotaggio del maggio 2013 \u00e8 successiva ad una serie di affermazioni per cui, negli anni precedenti, delle azioni di sabotaggio contro alcune ditte coinvolte nella realizzazione della Torino-Lione erano state invece bollate come provocazioni o atti compiuti per incassare i risarcimenti delle assicurazioni.<br \/>\nUn cambiamento non da poco.<br \/>\nProviamo a spendere qualche parola su una certa cultura del sospetto che giudica un certo tipo di azioni, specie se realizzate al chiaror di luna, sempre un po&#8217; oscure. <em>Dietro<\/em> di esse si nasconderebbero particolari interessi, che nel migliore dei casi niente hanno a che vedere con la lotta, nel peggiore vogliono invece apertamente danneggiarla.<br \/>\nSe questa propensione a ricercare trame oscure e complotti accomuna molti, non tutti sostengono queste tesi per gli stessi motivi. In alcuni casi lo si fa in buona fede perch\u00e9 la dietrologia \u00e8 un modo molto comune di interpretare certi eventi.<br \/>\nIn altri, invece, la buona fede non conta, e anche se non si \u00e8 realmente convinti delle tesi complottiste le si sostiene per scongiurare la possibilit\u00e0 che certe pratiche e certi metodi si diffondano.<br \/>\nNel primo caso, oltre alle critiche puntuali da porre ogni qualvolta viene stravolto il senso di alcune azioni, il miglior antidoto contro la dietrologia saranno le lotte stesse, con la loro capacit\u00e0 di modificare lo sguardo con cui si \u00e8 abituati a vedere il mondo. Nel secondo invece non esistono antidoti: il sostegno o meno alle teorie complottiste non \u00e8 tanto legato ad un propria visione del mondo quanto alla direzione verso cui si vorrebbe far soffiare il vento.<br \/>\nMa al di l\u00e0 del problema della dietrologia e di ci\u00f2 cui abbiamo accennato sopra, di <em>quanto<\/em> simili letture dietrologiche siano realmente condivise all&#8217;interno del Movimento, non crediamo sia particolarmente strano che durante una lotta possano verificarsi cambiamenti di valutazione tali, per cui una stessa pratica venga prima denigrata e poi difesa.<br \/>\n\u00c8 comprensibile che chi lotta contro un determinato progetto \u2013 quando \u00e8 realmente disposto a ragionare su cosa sia necessario fare di volta in volta per dare concretezza al proprio <em>No<\/em>, come ci sembra sia il caso del Movimento No Tav \u2013 decida sul da farsi a partire dalle necessit\u00e0 che di volta in volta reputa stia imponendo la lotta, e in base all&#8217;esperienza nel frattempo accumulata nel corso di essa.<br \/>\nE questo \u00e8 uno dei motivi per cui le varie pratiche utilizzate nel corso delle lotte, per quanto siano di per s\u00e9 sempre giuste \u2013 \u00e8 sempre giusto bloccare una strada per impedire il passaggio di ruspe e mezzi da cantiere pronti a bucare una montagna, o incendiarli quando sono ancora parcheggiati nella propria sede o in un cantiere \u2013 non risultano sempre ugualmente significative all&#8217;interno di una lotta.<br \/>\nAlle volte un sabotaggio riesce a indicare un modo efficace per opporsi a un determinato progetto; e nel farlo, oltre ad aiutare a tenere alti gli umori e infondere coraggio, pu\u00f2 divenire una proposta su ci\u00f2 che si pu\u00f2 fare valida per tanti. Altre volte, perch\u00e9 troppo in anticipo rispetto allo sviluppo della lotta, perch\u00e9 poco comprensibile o perch\u00e9 ha adottato delle modalit\u00e0 o scelto un obiettivo poco allettanti, lo stesso sabotaggio pu\u00f2 produrre invece per lo pi\u00f9 dubbi e timori cos\u00ec che la proposta, almeno per tanti, sia facilmente destinata a cadere nel vuoto .<br \/>\nNaturalmente non esiste una scienza esatta che possa fornire indicazioni chiare su <em>come<\/em>, <em>quando<\/em> e <em>dove <\/em>sia il momento pi\u00f9 favorevole per agire in un certo modo. N\u00e9 successivamente \u00e8 possibile affidarsi a un qualche modello empirico per sapere precisamente quali siano i suoi frutti: il rischio \u00e8 quello di giungere a conclusioni troppo semplicistiche, basandosi esclusivamente sugli effetti pi\u00f9 immediati e visibili, per cui o un&#8217;azione \u00e8 immediatamente ben accetta da tanti oppure, oltre agli eventuali danni alla controparte, non avrebbe prodotto granch\u00e9.<br \/>\nMa gli effetti di ci\u00f2 che si fa non sempre si manifestano immediatamente, possono anche rimanere nascosti, sedimentarsi, e riapparire pi\u00f9 tardi in superficie. Come valutare, ad esempio, <em>se<\/em> e <em>quanto<\/em> i sabotaggi precedenti all&#8217;estate 2013, pubblicamente denigrati al momento, abbiano poi contribuito alla successiva difesa e ricomparsa di questa pratica in Valsusa?<br \/>\nLa mancanza di parametri oggettivi cui affidarsi non vuol dire per\u00f2 che non sia possibile orientarsi in alcun modo di fronte a questo tipo di problemi. Gi\u00e0 solo prestare una certa attenzione a riguardo pu\u00f2 consentire di affinare una certa capacit\u00e0 intuitiva. E pu\u00f2 essere poi di grande aiuto curare la salute del dibattito, cercando di stimolare quante pi\u00f9 persone possibili a confrontarsi apertamente sulle varie questioni che emergono nel corso di una lotta.<br \/>\nE del resto il rapporto tra un&#8217;azione di sabotaggio e l&#8217;andamento complessivo di una lotta dovrebbe essere considerato uno degli aspetti pi\u00f9 importanti, almeno per chi ritiene che il sabotaggio non sia il fine ultimo di una lotta, ma solo uno degli strumenti in grado di consentire alla stessa di fare dei passi in avanti dal punto di vista dell&#8217;efficacia, della radicalit\u00e0 e della autorganizzazione.<br \/>\nSono questi gli obiettivi, oltre a ci\u00f2 <em>per cui<\/em> o <em>contro cui<\/em> ci si sta battendo, che una lotta dovrebbe perseguire. Perch\u00e9 il percorso che si fa per raggiungere un certo risultato \u00e8 quantomeno altrettanto importante dell&#8217;esito finale di una lotta.<br \/>\nConsentiteci per una volta un gioco d&#8217;immaginazione: quanti No Tav, se oggi potessero scegliere, preferirebbero che la lotta contro il treno veloce si fosse conclusa nel 2004? Magari attraverso un referendum o un ricorso in tribunale, privando cos\u00ec tanti uomini e donne dell&#8217;esperienza accumulata durante le battaglie del Seghino e di Venaus, durante i giorni della Libera Repubblica della Maddalena o durante i blocchi dell&#8217;autostrada. Quanti sarebbero disposti a rinunciare a tutte quelle situazioni vissute in prima persona che hanno sconvolto la propria quotidianit\u00e0 e modificato profondamente la propria vita e lo sguardo con cui si era abituati a guardare il mondo? Se per lo Stato \u2013 come ha dichiarato il procuratore generale Marcello Maddalena nel processo d&#8217;Appello contro Chiara, Claudio, Mattia e Niccol\u00f2 \u2013 in ballo non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 la costruzione di una ferrovia ma la facolt\u00e0 di una democrazia di imporre le proprie decisioni, allo stesso modo diversi No Tav, crediamo, non lottano pi\u00f9 \u00absolo\u00bb per ostacolare la linea Torino-Lione, ma anche perch\u00e9 si sono accorti che la lotta ha cambiato in meglio la loro vita. Un piacere che non avrebbero provato se invece che lottare avessero delegato ad altri la risoluzione del problema del Tav. Un piacere che perde di intensit\u00e0 quando, nel corso di una lotta, l&#8217;autonomia e la partecipazione in prima persona dei singoli vengono soffocate da modi di organizzarsi e decidere il da farsi che privilegiano la delega.<br \/>\nL&#8217;eventuale diffondersi di sabotaggi sarebbe quindi importante non solo per i danni arrecati alla controparte, ma soprattutto perch\u00e9 sarebbe un segno dell&#8217;agire diretto di tanti. Tanti uomini e donne che potrebbero contribuire attivamente alla lotta, non solo riunendosi tutti insieme per i cortei, i blocchi o le giornate di assedio al cantiere, ma anche agendo autonomamente e scegliendo ognuno <em>con chi<\/em>, <em>dove<\/em> e <em>quando<\/em> andare a gettare uno zoccolo negli ingranaggi dell&#8217;Alta Velocit\u00e0 \u2013 andare a tirare qualche petardone dentro il cantiere, fare qualche scritta sugli edifici dove alloggiano gli operai o ancora distribuire un volantino, visto che la possibilit\u00e0 di organizzarsi autonomamente riguarda un po&#8217; tutte le iniziative di una lotta.<br \/>\nAbbiamo finora utilizzato il condizionale nel parlare del diffondersi dei sabotaggi perch\u00e9 nonostante ce ne siano stati un certo numero in un breve arco di tempo, specie dopo il maggio 2013, ci sembra eccessivo affermare che questa pratica si sia realmente diffusa. Ci sembra pi\u00f9 corretto dire che a diffondersi sia stata la consapevolezza della validit\u00e0 di questa pratica. Emblematico in questo senso il dossier <em>No Tav Watching<\/em>, contenente l&#8217;indirizzario delle ditte che lavorano al cantiere di Chiomonte. Un lavoro di ricerca prezioso che, uscito pochi mesi dopo l&#8217;arresto di Chiara, Claudio, Mattia e Niccol\u00f2, ha rappresentato un ottima risposta al tentativo della Procura di spaventare il Movimento. Ma, almeno a quanto \u00e8 dato sapere, non \u00e8 stato molto utilizzato.<br \/>\nSe si diffondesse questo modo di organizzarsi, scegliendo autonomamente <em>con chi<\/em>, <em>dove<\/em> e <em>quando<\/em> mettere i bastoni tra le ruote al Tav, potrebbero aumentare in molti anche la fiducia e la convinzione nelle proprie capacit\u00e0. Un processo che potrebbe avere delle conseguenze positive un po&#8217; su tutta la lotta, anche sulle iniziative e discussioni collettive che da questa crescita individuale non potrebbero che essere arricchite.<br \/>\nE sarebbe infatti profondamente sbagliato pensare questa sorta di coordinamento tacito e spontaneo come <em>alternativo<\/em>, e non piuttosto <em>complementare<\/em>, agli appuntamenti annunciati e di massa discussi attraverso le assemblee pubbliche.<br \/>\nUna complementarit\u00e0 di cui abbiamo avuto un piccolo assaggio proprio nel corso della solidariet\u00e0 sviluppatasi per l&#8217;arresto dei sette compagni. Quando, alle iniziative pubblicizzate e partecipate da moltissime persone, si sono intrecciate un gran numero di azioni non annunciate contro alcuni membri del <em>Partito del Tav<\/em> (ad esempio Partito Democratico, Banca San Paolo e Trenitalia). Azioni che hanno fatto prender corpo, nei fatti, a quelle campagne contro i responsabili politici, imprenditoriali e finanziari della Torino-Lione di cui tanto si era discusso negli anni passati in Valsusa senza per\u00f2 riuscire a farle iniziare. Un modo di organizzarsi che ha inoltre permesso a tanti di dare il proprio contributo alla lotta senza dover raggiungere la Valle.<br \/>\nSe unirsi consente di sommare le forze, dividersi alle volte permette di moltiplicarle.<br \/>\nQuesto \u00e8 uno dei significati dell&#8217;azione per cui sono stati arrestati Chiara, Claudio, Mattia, Niccol\u00f2 e poi Francesco, Graziano e Lucio. Un aspetto che non \u00e8 stato forse adeguatamente sottolineato nelle tante occasioni in cui negli ultimi tempi si \u00e8 parlato di quella notte di maggio.<br \/>\nPossiamo dire che la gran parte dei discorsi si sono concentrati sull&#8217;aspetto pi\u00f9 immediatamente pratico di quell&#8217;azione, ovvero l&#8217;aver inceppato il normale funzionamento del cantiere, dandone un giudizio molto positivo, come dimostrano le parole d\u2019ordine urlate a squarciagola dopo gli arresti.<br \/>\nIl suo aspetto di metodo, cio\u00e8 la possibilit\u00e0 di organizzarsi autonomamente, al di fuori delle assemblee popolari e dei coordinamenti dei comitati, invece, \u00e8 rimasto tutto sommato in ombra e possiamo dire non sia stato digerito fino in fondo.<br \/>\nUn fatto abbastanza comprensibile.<br \/>\n\u00c8 normale che possano emergere perplessit\u00e0 e preoccupazioni a riguardo in chi \u00e8 abituato a discutere e decidere esclusivamente in assemblee pubbliche le iniziative da portare avanti \u2013 per quanto non si pu\u00f2 essere sicuri di sapere tutto quello che accadr\u00e0 nel corso dell&#8217;iniziativa stessa.<br \/>\nIn ogni caso l&#8217;impossibilit\u00e0 di sapere in anticipo <em>cosa<\/em> verr\u00e0 fatto, <em>quando<\/em> e <em>dove<\/em>, ci\u00f2 che insomma rende queste azioni imprevedibili e quindi difficilmente contrastabili dalla controparte, pu\u00f2 allo stesso tempo destare preoccupazioni in chi lotta, per l&#8217;impossibilit\u00e0 di avere il bench\u00e9 minimo controllo su un&#8217;azione che non \u00e8 detto trovi tutti d&#8217;accordo. Una questione che, posta in questi termini, non pu\u00f2 avere alcuna soluzione. Questa modalit\u00e0 organizzativa, per funzionare, deve necessariamente escludere tanti compagni di lotta da una serie di informazioni. Ma ci sono diversi modi e diversi momenti con cui gli uomini e le donne che partecipano a una lotta possono influire su un&#8217;azione di sabotaggio compiuta da altri, senza naturalmente pensare di poterla determinare. Ad esempio attraverso il dibattito che si sviluppa all&#8217;interno di una lotta prima, e attraverso le eventuali critiche o ragionamenti su ci\u00f2 che \u00e8 successo poi.<br \/>\nUna possibilit\u00e0 legata evidentemente allo stato di salute delle discussioni e delle strutture organizzative di una lotta. Ecco perch\u00e9 discuterne, avanzando critiche precise quando una certa azione non convince, sarebbe importante.<br \/>\nEsemplare, in negativo, \u00e8 il modo in cui sono stati affrontati un paio di sabotaggi avvenuti nel dicembre 2014 nei pressi di Bologna e Firenze. A qualche mese di distanza dalla difesa del sabotaggio del 2013, di fronte ad azioni dirette contro le linee ad Alta Velocit\u00e0, hanno ripreso fiato all&#8217;interno del Movimento le ipotesi complottiste. Nella confusione, qualcuno ne ha approfittato per lanciarsi in un attacco a spada tratta del tutto privo di argomentazioni, apparso nella sua forma pi\u00f9 chiara sui siti <em>infoaut.org<\/em> e<em> notav.info<\/em> in un articolo intitolato <a href=\"https:\/\/macerie.org\/wp-content\/uploads\/2015\/01\/burabacio-prima-vers.pdf\"><em>I burabacio<\/em><\/a>. L&#8217;obiettivo era semplice: inveire contro le azioni di Bologna e Firenze e chi le aveva sostenute, per tentare di scongiurare la possibilit\u00e0 che assieme a una certa pratica si diffondesse anche un certo modo di organizzarsi.<br \/>\nNon sono cos\u00ec emersi quei dubbi che, immaginiamo, molti No Tav nutrissero nei confronti di questi sabotaggi. Ed \u00e8 stata di fatto ostacolata la possibilit\u00e0 che a partire da questi dubbi si sviluppasse un dibattito. A far tramontare poi definitivamente questa auspicabile ipotesi, soffocando anche i pochi tentativi di riportare il discorso sui binari, sono stati <a href=\"http:\/\/www.macerie.org\/?p=31096\">i botta e risposta relativi a <em>I burabacio<\/em><\/a>.<\/p>\n<p><strong>In movimento<\/strong><br \/>\nSe finora ci siamo concentrati su alcuni aspetti specifici della solidariet\u00e0 rivolta ai sette compagni arrestati, vorremmo ora soffermarci sugli uomini e le donne che l&#8217;hanno portata avanti.<br \/>\nPerch\u00e9, come accennavamo all&#8217;inizio, si \u00e8 trattato di un contesto molto ampio ed eterogeneo, composto da chi, come i militanti, ha una certa familiarit\u00e0 con carcere e accuse di questo tipo, da altri che, come diversi No Tav, stanno iniziando a doverci fare i conti sempre pi\u00f9 spesso negli ultimi tempi, ma anche da chi, come i familiari degli arrestati, \u00e8 stato invece catapultato in questa situazione per la prima volta.<br \/>\nSin da subito, dopo i primi arresti, i compagni pi\u00f9 vicini agli arrestati hanno cercato di favorire l&#8217;incontro tra i familiari pensando che poter discutere e confrontarsi insieme sarebbe stato d&#8217;aiuto, sia a livello pratico che emotivo, per affrontare una carcerazione prevedibilmente lunga e un processo con accuse particolarmente pesanti. Un aspetto che nel caso dei primi quattro arrestati \u00e8 divenuto ancora pi\u00f9 importante per il fatto che, fino quasi all&#8217;inizio del processo, genitori, fratelli e sorelle sono stati gli unici a poter incontrare Chiara, Claudio, Mattia e Niccol\u00f2. Nel frattempo gravati anche della censura sulla posta che ha reso ancor pi\u00f9 complicata la gi\u00e0 difficoltosa comunicazione con l&#8217;esterno.<br \/>\nAltrettanto importante \u00e8 sembrato poi cercar di far conoscere ai familiari la lotta No Tav, cos\u00ec che potessero discutere con altri uomini e donne, e non solo con i compagni dei loro cari, delle ragioni della resistenza al treno veloce e del sabotaggio del maggio 2013. Cos\u00ec da rendersi conto in prima persona che non si sarebbero trovati da soli ad affrontare quanto stava accadendo.<br \/>\nUn incontro che, almeno in alcuni familiari, ha favorito anche un processo di messa in discussione di una serie di questioni che fino ad allora per essi non erano all&#8217;ordine del giorno, e che non si esaurivano nei problemi specifici che in quel momento stavano vivendo i loro cari in carcere.<br \/>\nE questa tensione critica, insieme all&#8217;affetto e al calore manifestato da tanti nei confronti degli arrestati, alcuni familiari l&#8217;hanno portata con loro ai colloqui in carcere, sorprendendo favorevolmente i compagni rinchiusi. Un buon esempio a questo riguardo \u00e8 rappresentato dal testo <a href=\"http:\/\/www.macerie.org\/?p=30307\"><em>Alle donne e agli uomini della Val di Susa<\/em><\/a> scritto il giorno dopo \u00abSapori di Libert\u00e0\u00bb.<br \/>\nUn&#8217;iniziativa di cui forse vale la pena parlare.<br \/>\n\u00abSapori di Libert\u00e0\u00bb si \u00e8 svolta in pi\u00f9 di un&#8217;occasione in alcuni presidi di paesi della Valsusa; l\u00ec si sono raccolti e cucinati cibi che chi \u00e8 andato a fare i colloqui in carcere ha poi portato ai prigionieri. Un modo per consentire ai familiari di andare per la prima volta in Valle in una situazione informale che non li mettesse troppo sotto la luce dei riflettori, e per permettere a tanti No Tav di far sentire a chi si trovava rinchiuso la propria vicinanza, attraverso un pensiero gradito come un formaggio o un salume fatti in casa. Nel suo piccolo, \u00abSapori di Libert\u00e0\u00bb \u00e8 stata anche un&#8217;occasione di mostrare cosa sia il carcere nella sua materialit\u00e0, a partire dal cibo. Non sono stati pochi, infatti, nonostante gli elenchi precisi fatti girare nei giorni precedenti, a portare zucchero, caff\u00e8, pasta e altri alimenti vietati, e rimanere sorpresi nello scoprire che alcuni generi erano acquistabili solo allo spaccio interno, spesso a prezzi maggiorati. Oppure che alcuni alimenti potevano invece essere portati a Lucio ma non a Graziano perch\u00e9 ogni carcere \u00e8, almeno in parte, differente dagli altri, a causa di imperscrutabili valutazioni della direzione. Aspetti della reclusione che possono essere un buono spunto per discutere e confrontarsi su cosa sia il carcere e cosa voglia dire trovarvisi ristretti, specie all&#8217;interno di una lotta con una composizione sociale che non ha la stessa familiarit\u00e0 con la galera che potrebbe avere chi vive in un quartiere proletario. Un<em> sapere<\/em> che gli oppositori alla Torino-Lione stanno ormai facendo proprio, come sembrano mostrare gli spazzolini e il cambio di biancheria che alcuni No Tav \u00abover 60\u00bb hanno portato con s\u00e9 durante una passeggiata notturna al cantiere per farsi trovare pronti in caso l&#8217;iniziativa fosse finita male.<br \/>\nQuesto \u00e8 certamente uno dei pochi casi in cui si \u00e8 discusso di Alta Sorveglianza, di differenziazione carceraria e di processi in videoconferenza \u2013 anche grazie agli scritti di chi era rinchiuso \u2013 al di fuori dei ristretti ambiti militanti. E siamo convinti si sarebbe potuto fare di pi\u00f9 per far s\u00ec che l&#8217;arresto dei sette compagni fosse un&#8217;occasione per ragionare e confrontarsi non solo su questi aspetti particolari della detenzione ma anche sul carcere pi\u00f9 in generale, in modo da allargare notevolmente l&#8217;orizzonte al di l\u00e0 delle specifiche detenzioni dei compagni.<br \/>\nA mancare sono state soprattutto le energie e le idee di chi ritiene la lotta contro il carcere una parte importante del proprio percorso, pi\u00f9 che l&#8217;interesse e l&#8217;attenzione degli altri solidali.<br \/>\nLe lettere scritte da dietro le sbarre, non sono state importanti solo per aiutare a comprendere cos&#8217;\u00e8 una sezione di AS2 o un processo in videoconferenza. I sette compagni arrestati erano sconosciuti alla grandissima parte dei No Tav, e molti hanno avuto modo di capire chi fossero e se li conoscessero solo il giorno della prima udienza in Aula Bunker. Prima di questa data sono state le parole scritte nelle loro lettere pubbliche a farli conoscere da tanti solidali e, al di l\u00e0 della solidariet\u00e0 per il sabotaggio di cui erano accusati che \u00e8 stata netta e immediata, il calore e la vicinanza che tanti hanno manifestato nei loro confronti sono in buona parte legati a questi testi.<\/p>\n<p><strong>A mo&#8217; di conclusione<\/strong><br \/>\nLa difesa dei compagni arrestati si \u00e8 da subito intrecciata al tentativo di dare continuit\u00e0 alla lotta contro il treno veloce, senza toni vittimisti che dipingessero gli arrestati come \u00abperseguitati dalla repressione\u00bb, ma difendendo invece la pratica del sabotaggio, messa alla sbarra insieme ai suoi presunti autori. Per questo, come gi\u00e0 detto, le dichiarazioni con cui prima Chiara, Claudio, Mattia e Niccol\u00f2 e poi Lucio e Francesco hanno affermato che quella notte di maggio c&#8217;erano anche loro non hanno creato imbarazzi o prese di distanza in alcuno, ma generato invece entusiasmo, rafforzando ulteriormente il sentimento di vicinanza nei loro confronti.<br \/>\nL&#8217;unica possibilit\u00e0 di contrastare l&#8217;operazione della procura torinese ci \u00e8 sembrata, e ci continua a sembrare, il fare in modo che i discorsi e le iniziative di solidariet\u00e0 siano indirizzati a rafforzare l&#8217;opposizione alla linea Torino-Lione. Perch\u00e9 siamo convinti che, come recita il motto rimasto molte volte solo una lodevole intenzione, \u00abil miglior modo per rispondere alla repressione \u00e8 quello di continuare le lotte che polizia e magistratura, con processi ed arresti, vorrebbero fermare\u00bb. Questo perch\u00e9 i processi e gli arresti non sono dei fatti eccezionali, degli incidenti di percorso in cui le lotte alle volte hanno la sfortuna di imbattersi, ma degli elementi che fanno parte delle lotte e che al pari di altri contribuiscono a determinarne l&#8217;andamento. E se il lavoro delle forze dell&#8217;ordine e dei magistrati \u2013 allo stesso modo di recinzioni e filo spinato, campagne terroristiche dei mass-media, promesse di compensazioni \u2013 mira a fermare o perlomeno ostacolare la lotta, le nostre energie in queste situazioni devono invece essere dirette a sostenerla e, possibilmente, farle fare dei passi in avanti.<br \/>\nNel corso di una lotta i nostri desideri e la volont\u00e0 di cambiare radicalmente questo mondo dovrebbero emergere a partire dagli obiettivi specifici che quel percorso ci pone davanti, attraverso il modo che reputiamo giusto di intervenire, elaborare delle proposte e rapportarci a tutti gli altri compagni di lotta che incontreremo.<br \/>\nLa stessa convinzione dovrebbe animarci quando un&#8217;operazione della magistratura arresta dei compagni a noi vicini.<\/p>\n<p>La solidariet\u00e0 espressa dopo l&#8217;arresto dei sette compagni \u00e8 un pezzo dell&#8217;opposizione alla realizzazione della linea ad Alta Velocit\u00e0 Torino-Lione. Ed \u00e8 attraverso questa lente che abbiamo cercato di sottolinearne gli aspetti positivi, i limiti e le potenzialit\u00e0 rimaste inespresse.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Pubblichiamo un testo lungo e corposo. 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