{"id":34211,"date":"2020-02-23T11:56:13","date_gmt":"2020-02-23T10:56:13","guid":{"rendered":"https:\/\/www.macerie.org\/?p=33768"},"modified":"2020-03-12T12:54:13","modified_gmt":"2020-03-12T11:54:13","slug":"il-sistema-dei-punti-di-crisi-gli-hotspot","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/macerie.org\/index.php\/2020\/02\/23\/il-sistema-dei-punti-di-crisi-gli-hotspot\/","title":{"rendered":"Il sistema dei \u201cpunti di crisi\u201d: gli hotspot"},"content":{"rendered":"<p><em>Di seguito riportiamo un\u2019interessante descrizione e analisi di un compagno che nei tempi di repressione ha studiato gli apparati che si occupano di gestire i flussi migratori, dove tratta della gestione \u201clogistica\u201d che si sta cercando di imprimire agli uomini e alle donne che intraprendono il viaggio della fortuna verso l\u2019Europa. Ultimo dei due contributi di sua penna che pubblichiamo (<a href=\"https:\/\/www.macerie.org\/?p=33731\">il primo lo trovate qui<\/a>), scritti nati dall\u2019esigenza di comprendere quali livelli burocratici e operativi si concretizzino in strutture come il Cpr e di come vengano da una governance internazionale che si avvale delle nuove tecnologie cos\u00ec come delle retoriche politiche, che siano queste palesemente repressive o con sfumature pi\u00f9 umanitarie.<\/em><!--more--><\/p>\n<p>Gli anni 90 rappresentarono per l\u2019Italia un punto di svolta nella politica migratoria nazionale.<br \/>\nLa crisi dei Balcani e il successivo prodursi di persone in fuga provenienti dall\u2019est europeo colsero di fatto un governo pressoch\u00e9 impreparato e sprovvisto di un approccio adatto a far fronte alla questione. Le immagini della nave Vlora approdata nell\u2019agosto del \u201891 nel porto di Bari produssero un vero e proprio shock mediatico e spiazzarono non di poco autorit\u00e0 e istituzioni. Nel corso dei vent\u2019anni successivi, il sistema di gestione dell\u2019immigrazione si \u00e8 evoluto enormemente. Numerosi strumenti giuridici sono stati creati allo scopo di gestire, controllare e arginare il fenomeno stesso. Nuove prassi e tecniche di polizia, come spesso accade, si sono cristallizzate in leggi e istituzioni, nuovi regolamenti e centri di contenimento sono sorti sul territorio. Una nuova \u201cepoca dei campi\u201d, come sappiamo, ha preso piede con forme diverse ed eterogenee. Guardando ai giorni nostri, dall\u2019approdo dei 20.000 albanesi in Puglia e dai successivi fatti dello stadio di Bari, perci\u00f2, molto \u00e8 cambiato.<\/p>\n<p>I dispositivi e gli strumenti di disciplinamento che nel tempo hanno visto la luce si sono evoluti, affinando le proprie caratteristiche, trasformando le proprie funzioni e i propri fini. Alcuni sistemi ad esempio hanno implementato la propria complessit\u00e0 e hanno sviluppato ulteriori tecniche e tecnologie, primo fra tutti la detenzione amministrativa. Accanto ai Cpt\\Cie\\Cpr, per\u00f2, \u00e8 l\u2019intero impianto di gestione e controllo del flusso migratorio, nel suo volto detentivo o prettamente concentrazionario, che ha assunto nuove forme e preteso una sempre maggiore articolazione e sistematicit\u00e0. \u00c8 in questo quadro di continua trasformazione e di ricerca di efficacia da parte di governi e tecnici, intenti sempre a destreggiarsi in un sistema che produce sopratutto rivolte e proteste, che sono nati nel 2015 gli Hotspot: nuovi modelli di controllo e carcerazione per la popolazione straniera.<\/p>\n<p><strong>L\u2019epoca delle emergenze produce nuovi campi<\/strong><\/p>\n<p>Le catastrofi e le grandi tragedie, ma anche i piccoli fatti di sangue o gli eventi pi\u00f9 banali della cronaca, se opportunamente manipolati, hanno da sempre rappresentato una grande occasione per il legislatore. Instaurare un clima di emergenza, di paura o di pericolo per la popolazione, attraverso ad esempio la costruzione artificiale di un nemico interno o di uno esterno, \u00e8 una strategia vecchia come il cucco. Lo scopo \u00e8 creare un terreno fertile per la crescita delle proprie politiche, produrre consenso, etichettando un fenomeno come problema e immediatamente dopo presentarne la soluzione necessaria. In tal modo vengono compiuti grossi passi in avanti in senso repressivo, utilizzando i decreti e le misure d\u2019urgenza, veri e propri cavalli di troia per interventi legislativi o di polizia dei pi\u00f9 disparati. Di esempi nel presente attuale ce ne sono davvero tanti e i voli pindarici effettuati dalle autorit\u00e0, a giustificazione di arretramenti nei diritti e nelle libert\u00e0, sono assai notevoli. In tal senso la questione migratoria \u00e8 un esempio lampante. Il <em>migrante<\/em> \u00e8 uno dei fulcri principali intorno al quale ruota l\u2019epoca delle emergenze: emergenza sbarchi, emergenza criminalit\u00e0 straniera, emergenza terrorismo; questi concetti accompagnano indissolubilmente il mondo migrante, effettuando una riduzione dell\u2019identit\u00e0 dello straniero a \u201cpericolo sociale\u201d o, nel migliore dei casi, a \u201cvittima da salvare\u201d.<\/p>\n<p>Per mezzo dell\u2019urgenza, costruita ad hoc a seconda della bisogna o quando gli eventi tracimano per gravit\u00e0 dagli schermi televisivi, l\u2019autorit\u00e0 interviene, approfittando dei fatti concreti per accelerare, senza briglie, un processo normativo o applicare nuove prassi gestionali. La militarizzazione dei territori, delle frontiere, delle acque del Mediterraneo sono gli effetti pi\u00f9 visibili di tale approccio.<br \/>\nUna parte della politica migratoria italiana e europea si serve di queste leve per svilupparsi nelle sue varie forme ed \u00e8 in questo quadro che nuovi approcci e nuovi campi di contenimento prendono vita, da ultimo, appunto, l\u2019Hotspot del sud Europa, la cui genealogia \u00e8 alquanto esemplare.<\/p>\n<p><strong>Nascita di un nuovo campo<\/strong><\/p>\n<p>La notte del 18 aprile 2015, al largo delle coste della Sicilia, un\u2019imbarcazione eritrea ricolma di migranti affond\u00f2 nelle acque del Mediterraneo, trascinando con s\u00e9 il suo carico di esseri umani. Il naufragio provoc\u00f2 24 vittime accertate e fra i 700 e i 900 dispersi. I 28 superstiti furono i soli a poter raccontare una delle pi\u00f9 gravi tragedie marittime dall\u2019inizio del XXI secolo.<br \/>\nL\u2019evento ebbe un fortissimo impatto mediatico riuscendo, pur sempre per alcuni giorni, ad attirare addirittura l\u2019attenzione di un\u2019opinione pubblica oramai assuefatta dalle continue morti in mare.<\/p>\n<p>Le istituzioni nazionali e soprattutto europee, inserendosi in un dibattito assai caotico, intervennero quasi immediatamente, imponendo la propria visione delle cose. Ci\u00f2 che si produsse fu un vero e proprio capolavoro retorico, reso ancora pi\u00f9 eclatante dal fatto che stesse avvenendo facendo leva sulla mediaticit\u00e0 di centinaia di vittime. Gli artifici linguistici creati riuscirono con abilit\u00e0 a sorpassare la tragedia. Venne operata dapprima una imprescindibile riduzione dei migranti a \u201ccorpi\u201d e, successivamente, si riusc\u00ec stornare efficacemente le attenzioni su elementi secondari o estranei alla faccenda. Non furono tanto le dichiarazioni a caldo dei politici nostrani ad operare il vero e proprio depistaggio retorico (infatti, puri sciacalli a parte, si concentrarono soprattutto sugli \u201cscafisti senza scrupoli\u201d), ma piuttosto quello dei tecnici e dei rappresentanti in seno all\u2019Unione Europea, portatori di una visione pi\u00f9 ampia e precisa.<\/p>\n<p>Il 23 aprile 2015, come risposta al terribile evento, fu indetta una riunione straordinaria del Consiglio europeo. Il vertice produsse una dichiarazione che elencava i punti d\u2019intervento necessari alla futura politica migratoria europea. Ci\u00f2 che venne presentato come una \u201csvolta\u201d fu invece l\u2019occasione, servendosi dell\u2019incredibile tragedia, per rafforzare il vecchio modus operandi, intensificandone i caratteri e introducendo nuove tecniche gestionali. Aumento dei pattugliamenti in mare attraverso il potenziamento di Triton e Poseidon, lotta ai trafficanti con operazioni PSDC, intensificazione dei rapporti di cooperazione con i paesi terzi nell\u2019ambito dei processi di Khartoum e Rabat, aumento delle espulsioni. \u201cLa nostra priorit\u00e0 immediata \u00e8 evitare altre morti in mare\u201d cos\u00ec recitava il primo punto della dichiarazione; non ci volle molto a capire che il gap tra il problema da risolvere e i mezzi presentati per farlo fosse assai notevole. All\u2019interno del testo prodotto venne paventato per la prima volta l\u2019intervento diretto \u201cin prima linea\u201d di alcune Agenzie europee. Easo, Europol, Eurojust e prima di tutte Frontex. Queste con compiti differenti e in ambiti d&#8217;intervento diversi vennero presentate come il fulcro intorno al quale doveva muoversi l\u2019intera faccenda; gli scopi dell\u2019intervento, goffamente celati dietro altri proclami, miravano verso due direzioni ben definite: come detto, un\u2019 ulteriore militarizzazione delle frontiere marittime e terrestri , ma soprattutto lo sviluppo di un management dei flussi pi\u00f9 efficace, di cui sia Frontex che Easo dovevano esserne le architravi. Le agenzie europee citate, riunite nella sigla Eurtf (EU Regional Task Force), sarebbero state presenti fisicamente con i propri funzionari sul territorio di quei paesi membri che versavano, a detta dell\u2019Europa, in una situazione definita \u201cemergenziale\u201d e cio\u00e8 l\u2019Italia, la Grecia e in parte l\u2019Ungheria.<\/p>\n<p>Nei mesi successivi alla tragedia gli incontri a livello nazionale ed europeo furono numerosi e abbondarono le dichiarazioni congiunte, i documenti e gli atti prodotti sul piano istituzionale.<\/p>\n<p>Il 29 aprile 2015 il Parlamento Europeo adott\u00f2 una risoluzione in cui, per far fronte a quella che ormai veniva chiamata \u201ccrisi dei rifugiati\u201d, venivano posti come centrali i nuovi concetti di quota, ricollocamento, reinsediamento11 e di rimpatrio volontario. Inoltre venne catapultato, con forte enfasi, al centro del dibattito il binomio migrante economico\\richiedente asilo. Il concetto, la cui giuridicit\u00e0 \u00e8 praticamente assente da qualsiasi codice, \u00e8 divenuto nodo fondamentale e perno dell\u2019intera questione migratoria.<\/p>\n<p><strong>L\u2019Agenda europea<\/strong><\/p>\n<p>Il 13 maggio del 2015 fu istituita l\u2019Agenda europea sulle migrazioni, gi\u00e0 in discussione dall\u2019anno precedente e considerata tra le dieci priorit\u00e0 politiche dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Junker. L\u2019Agenda si concentrava sia su azioni immediate da portare a termine entro qualche mese, ma anche su problemi strutturali della politica migratoria europea basati su quattro piani semantici: la migrazione irregolare, la gestione delle frontiere, una politica comune europea di asilo e una nuova politica di migrazione legale. In soldoni, si gettavano le basi numeriche per le future (e fallimentari) azioni di ricollocamento e reinsediamento in tutti gli stati membri, si ridiscuteva il potenziamento militare delle acque del Mediterraneo e il processo di esternalizzazione, si tentava di approcciare infine le problematiche relative ai canali legali d\u2019ingresso. Uno dei punti pi\u00f9 interessanti del testo riguardava per\u00f2 la ridefinizione del sistema di gestione e controllo della massa migrante pi\u00f9 problematica, quella cio\u00e8 recuperata nelle acque del Mediterraneo o che premeva alla frontiera greca, la massa cio\u00e8 a forte impatto mediatico.<\/p>\n<p>La Commissione propose un nuovo metodo basato sui dei cosiddetti \u201cpunti di crisi\u201d, punti caldi in quanto problematici, chiamati per l\u2019appunto Hotspot. Sin dal principio fu molto complicato comprendere che cosa fossero questi luoghi, come dovessero funzionare, quali fossero i loro riferimenti giurisdizionali e ancora oggi, nel 2018, malgrado l\u2019evoluzione che hanno subito, si ha di fronte un quadro assai nebuloso. Un nuovo campo, sicuramente un luogo fisico di contenimento, ma anche qualcosa in pi\u00f9 rispetto alle strutture gi\u00e0 presenti.<br \/>\nMa che cos\u2019\u00e8, dunque, un Hotspot? E soprattutto quante e quali funzioni, siano esse palesi o nascoste, assolve? Proveremo nei paragrafi successivi a mettere in evidenza i diversi ruoli che l\u2019Hotspot ha assunto in questi anni, lo faremo chiamando questa struttura con diversi appellativi, alcuni provenienti dal vocabolario dei suoi ideatori, altri invece no.<\/p>\n<p><strong>Le fasi, il funzionamento<\/strong><\/p>\n<p>l\u2019Hotspot come zona di non diritto, fabbrica di marginalit\u00e0 e nodo di un sistema logistico.<\/p>\n<p>Gli Hotspot sarebbero stati, secondo i loro inventori, una delle soluzioni al problema degli sbarchi, ponendosi in piena continuit\u00e0 con la storia del \u2018900 che ha trovato nell\u2019internamento una delle sue pratiche pi\u00f9 diffuse.<br \/>\nIl loro scopo sarebbe stato quello d\u2019incanalare e manipolare una parte del flusso e prima di tutto identificarlo e registrarlo; l\u2019operazione pi\u00f9 importante sarebbe stata infatti proprio il prelievo delle impronte digitali. Questa fase, coadiuvata dai differenti database che raccolgono le informazioni sulle persone, sarebbe stata la garanzia del controllo dei migranti a distanza. Essi infatti, grazie ai sistemi informatici e alle banche dati, possono essere continuamente identificabili in ogni punto d\u2019Europa, anche se non hanno rispettato l\u2019accordo di Dublino o sono rimasti sul territorio bench\u00e9 espulsi oppure sono diventati dei diniegati. Prelevare i dati non solo per tracciare. Infatti la necessit\u00e0 sarebbe stata captare informazioni per poi distinguere, categorizzare, dare un nome alle cose, decretare status e profili. Lo scopo finale del sistema sarebbe stato duplice: \u201caccogliere\u201d o, come contraltare dell\u2019accoglienza, deportare. \u00c8 nella ricerca infatti di un equilibrio che si sarebbe dovuto muovere l\u2019Hotspot.<\/p>\n<p>Come avrebbe dovuto funzionare per\u00f2 nella pratica questa \u201cmacchina infernale\u201d di kafkiana memoria?<\/p>\n<p>Nella Roadmap del 5 settembre 2015, documento proposto dall\u2019Italia del governo Renzi, vennero precisati alcuni elementi.<br \/>\nIn primis l\u2019individuazione in Italia dei luoghi da adibire ad Hotspot: Lampedusa, Trapani, Pozzallo, Porto Empedocle, Augusta e Taranto (questi ultimi due da attivare nel 2016). Tutti situati in Sicilia, l\u2019epicentro degli sbarchi, tranne uno, Taranto, in Puglia sul mar Ionio. Alcuni nella forma di tensostrutture a ridosso dei porti, altri ottenuti dall\u2019adattamento di altri centri, di un Cie, per quello di Trapani, e di due Cpsa, per quanto riguarda Lampedusa e Pozzallo.<br \/>\nPer la prima volta vennero messe nero su bianco le operazioni da eseguire in queste strutture, tracciando cio\u00e8 l\u2019iter burocratico a cui dovevano essere assoggettati i migranti appena sbarcati. Inoltre, nel giugno 2016, vengono rese pubbliche le Standard Operating Procedures (SOP), redatte dal Ministero dell\u2019Interno e dal Dipartimento di pubblica sicurezza con il contributo di vari organi tra cui la Commissione Europea, Frontex, Easo, l\u2019UNHCR e l\u2019IOM. Si trattava di una vera e propria guida operativa che aveva lo scopo di tracciare le norme e le misure da applicare in Italia e Grecia in rapporto al funzionamento generale di queste nuove strutture.<br \/>\nDal punto di vista legislativo, sia la Roadmap che le SOP, tentavano di chiarire e regolamentare l\u2019insieme degli ingranaggi operanti all\u2019interno degli Hotspot, ponendosi come riferimento operativo dominante anche rispetto alle legislazioni nazionali.<br \/>\nNella Road map e nelle SOP venne proposto, quindi, un tentativo di presentare un quadro chiaro e completo della questione.<br \/>\nNonostante la pretesa chiarezza delle fasi descritte, rimasero degli enormi buchi neri rispetto ai diritti dei soggetti, soprattutto in rapporto alla questione della richiesta di protezione; alcuni punti in particolare rimangono tuttora completamente avvolti dalla discrezionalit\u00e0 e dall\u2019arbitrio dato alle decisioni delle forze dell\u2019ordine.<\/p>\n<p>Il 1 agosto del 2015 nacque dalle ceneri del CPSA di contrada Imbriacola, l\u2019Hotspot di Lampedusa, il primo in Europa. Il 22 dicembre 2015 il Cie di Trapani venne riconvertito in Hotspot e Il 19 gennaio 2016 stessa sorte toccher\u00e0 al Cpsa di Pozzallo . Il 29 febbraio 2016 nel varco nord del porto di Taranto si adibirono prefabbricati e tensostrutture dando i natali a l\u2019unico Hotspot pugliese.Totale di 1600 posti disponibili.<br \/>\nIn Grecia, pi\u00f9 o meno nello stesso periodo, furono strutturati cinque Hotspot. Nell\u2019 isola di Lesbo (16 ottobre 2015), Chio (5 novembre 2015), Samo e Lero (17 febbraio 2016) e Coo.<\/p>\n<p>Alla luce dei testi sopracitati e guardando alla breve storia di queste strutture, attualmente cosa accade all\u2019interno degli Hotspot?<\/p>\n<p>Le operazioni che vengono effettuate sono cronologicamente le seguenti: primo soccorso, screening sanitario, prima identificazione, registrazione, foto-segnalamento e prelievo delle impronte. Una volta completate queste fasi, avviene lo smistamento secondo i profili prodotti nei momenti precedenti. Come primo presupposto Frontex e Europol per tutta la durata del viaggio di recupero, quindi gi\u00e0 sulle navi, durante la fase del soccorso stesso insomma, conducono azioni di identificazione, indagine e raccolgono le testimonianze dirette (un modo gentile per chiamare un interrogatorio) allo scopo di gettare luce e perseguire la \u201crete dei trafficanti\u201d. \u00c8 la cosiddetta procedura di debriefing, cio\u00e8 la valutazione e analisi della situazione. Frontex, con il suo team specializzato chiamato JDTs (Joint debriefing), ed Europol, attraverso i racconti personali dei naufraghi, le prove raccolte sulla nave, l\u2019analisi del report dell\u2019operazione SAR valutano il cosiddetto \u201crischio relativo\u201d. L\u2019analisi del rischio ha un duplice scopo. Dapprima costruire un profilo per ogni persona recuperata in mare, un indice di pericolosit\u00e0 soggettiva, da cui dipender\u00e0 largamente il futuro della persona e, successivamente, valutare il rischio generale del contesto, del gruppo, della situazione. Una pratica che definire a forte impatto emotivo \u00e8 riduttivo. \u00c8 importante ricordare infatti che le persone vengono, come detto, interrogate in ogni fase della procedura, sulle navi oppure sulle banchine, ancora bagnate e con indosso la coperta termica. Ci\u00f2 che rende bene l\u2019idea della durezza della procedura \u00e8 la confisca, a scopo d\u2019indagine, dei beni e di tutti gli effetti personali dei migranti al momento dello sbarco. Infatti sulla banchina, dopo aver indossato il braccialetto numerico, alle persone vengono sequestrati i propri averi e chiusi in una busta di plastica allo scopo di analizzarli: cellulari, lettere, foto e persino la carta utilizzata per avvolgere i cibi.<\/p>\n<p>La fase successiva \u00e8 quella della prima identificazione, nucleo cardine dell\u2019intera operazione. La polizia dello stato membro, coadiuvata da Frontex, Easo e dai mediatori culturali, somministra al gruppo di persone appena sbarcate, ancora sulla banchina dei porti, il cosiddetto \u201cfoglio-notizie\u201d. Questo \u00e8 una sorta di questionario sul quale la persona migrante deve scrivere non solo le proprie generalit\u00e0 di base (nome, cognome, luogo di nascita) o la propria nazionalit\u00e0, ma anche rispondere a domande tanto fumose nei contenuti quanto gravose negli scopi che ottengono. Vuoi chiedere asilo ? Vuoi cercare un lavoro? Perch\u00e9 sei emigrato in Europa? Sulla base delle risposte ottenute, gli operatori dell\u2019Ue e i poliziotti incaricati, nella piena discrezionalit\u00e0 che deriva sia dalla loro presunta expertise e sopratutto dal ruolo che ricoprono, decidono di collocare le persone in categorie differenti.<\/p>\n<p>Questo porta ad una prima differenziazione sulla base della nazionalit\u00e0: vengono scremati dal flusso i ricollocabili. Questi sarebbero coloro che provengono da alcuni paesi specifici, il cui tasso di accettazione delle richieste d\u2019asilo \u00e8 molto alto (pi\u00f9 del 75% secondi i dati EUROSTAT); per lungo tempo sono stati l\u2019 Iraq, la Siria e l\u2019Eritrea e in secondo momento anche la Repubblica Centrafricana.<br \/>\nI ricollocabili vengono inseriti sotto la sigla CAT1 nel sistema Vestanet C3, successivamente registrati e presi in carico dal personale Easo, condotti verso le Hub regionali ( specifiche per loro a quanto si dice) dove verr\u00e0 attuata la compilazione del famoso modello C3.<br \/>\nAttraverso la trattazione iniziale della loro domanda, verr\u00e0 applicato un processo analitico di \u201cmatchmaking\u201d che consiste nell\u2019analizzare il profilo, le capacit\u00e0 personali, le qualifiche, i titoli di studio. \u00c8 importante specificare che la porzione del flusso migrante definita CAT1 \u00e8 quella con caratteristiche sociali ed economiche particolari; appartenenti alle classi medie di particolari paesi in guerra, dotati di alti livelli d\u2019istruzione e specializzati in un qualche settore, queste persone hanno un profilo generalmente diverso da quelle provenienti dall\u2019Africa sub-sahariana o da altri paesi del Magreb. Per stati come la Germania, che non ha nascosto di interessarsene fortemente, rappresentano un possibile bacino di manodopera specializzata.<\/p>\n<p>Ritornando alla procedura, dopo una prima scrematura si passa alla fase pi\u00f9 delicata dell\u2019intero sistema: la registrazione attraverso il foto-segnalamento e sopratutto il prelievo delle impronte digitali.<br \/>\nIl fallimento di questa operazione all\u2019interno delle vecchie strutture che dovevano garantire la registrazione nel momento successivo allo sbarco, cio\u00e8 i CDA o i CPSA, oltre ad essere motivo di frizioni tra l&#8217;Italia e l\u2019Ue, \u00e8 stata di fatto una delle ragioni dello sviluppo dell\u2019approccio Hotspot26.<br \/>\nI migranti vengono schedati e i lor dati inseriti all\u2019interno del sistema AFIS. A questo punto si produce la differenziazione principale del sistema.<br \/>\nChi non appartiene alla categoria CAT1 \u00e8 di fatto considerato come possibile migrante economico. Sulla carta tuttavia, la loro possibilit\u00e0 di restare sul territorio non si esaurisce qui. Infatti il diritto internazionale, prima fra tutti la Convenzione di Ginevra, non esclude nessuna persona dalla possibilit\u00e0 di fare una richiesta, che sia fondata e non fraudolenta, di un qualche tipo di protezione; pericoli di persecuzione legati alla propria religione, sessualit\u00e0 o opinione\\attivit\u00e0 politica possono di fatto riguardare anche persone provenienti da paesi non in guerra.<\/p>\n<p>Cos\u00ec chi vuole collaborare con le autorit\u00e0, ma non appartiene alla CAT1, cio\u00e8 all\u2019elenco delle nazionalit\u00e0 definite pi\u00f9 a rischio, pu\u00f2 comunque avviare una richiesta di protezione, per questi ultimi non sar\u00e0 Easo a prendersi carico delle domande, ma semplicemente le forze dell\u2019ordine. Le garanzie e l\u2019accuratezza della legge, per\u00f2, molte volte non rispecchiano la realt\u00e0 dei fatti e lo strumento della \u201cdomanda infondata\u201d permette, molto spesso, di bypassare velocemente le fasi successive.<br \/>\nAccade infatti che le domande, definite CAT2 (ingresso irregolare), vengono considerate inaccettabili e respinte direttamente nell\u2019Hotspot, alla compilazione cio\u00e8 del foglio-notizie. Ad occuparsi della faccenda e ad effettuare valutazioni del caso sono le forze di polizia, anche se non dovrebbe essere loro compito. \u00c8 stato pi\u00f9 volte segnalato che chi esprimesse nel foglio-notizie la \u201cvolont\u00e0 di lavorare\u201d ad esempio, venisse considerato migrante economico e per questo segnalato come irregolare da espellere (CAT3).<br \/>\nQui di seguito una testimonianza abbastanza esplicativa sulla superficialit\u00e0 dello smistamento:<\/p>\n<p>\u201c Al porto ci sono tutti, carabinieri, polizia, Croce Rossa, funzionari di Frontex. Prima sale l&#8217;Usmaf (Ufficio di sanit\u00e0 marittima, ndr) che controlla lo stato di salute dei naufraghi, che poi scendono in fila indiana, a piedi nudi, frastornati. La polizia fotografa il viso di ciascuno e fornisce un braccialetto. Poi i profughi sono portati in pullman per i 20 metri che separano dalla tenda triage di Msf&#8221;. Per prima cosa si procede a verificare le condizioni di salute di chi sta per sbarcare e in caso di malattie all&#8217;isolamento e alle cure. I naufraghi vengono perquisiti a fondo. Poi, &#8220;un funzionario di Frontex fa le domande anagrafiche, a cui negli ultimi tempi ne \u00e8 stata aggiunta una: &#8216;perch\u00e9 sei qui?&#8217; se la risposta \u00e8 &#8216;per lavorare&#8217; saranno espulsi in due giorni, anche se non sanno perch\u00e9, anche se non sanno cosa significa asilo, anche se sono costretti a rispondere dopo giorni di mare, in cui hanno rischiato di morire&#8221; (psicologo Francesco Rita dall&#8217;Hotspot di Pozzallo, in cui opera come operatore di Medici Senza Frontiere).<\/p>\n<p>In questo caso e non solo, l\u2019Hotspot si presenta come ci\u00f2 che viene chiamata, nel vocabolario giuridico, \u201czona di non diritto\u201d. Ci\u00f2 ci permette di dare un primo appellativo a queste strutture: l\u2019Hotspot \u00e8 un luogo d\u2019eccezione nel cuore dell\u2019Europa democratica, uno spazio dove si verifica un vuoto giuridico dove le forze di polizia agiscono nella piena discrezionalit\u00e0, a detrimento delle libert\u00e0 individuali e dei diritti garantiti ai migranti.<\/p>\n<p>Gli appartenenti alla categoria CAT2 le cui domande vengono considerate fondate e sopratutto riescono a penetrare per pura casualit\u00e0 la maglia di discrezionalit\u00e0 degli operatori delle FF.OO. possono restare sul territorio come richiedenti asilo; la maggior parte di loro rappresenta la popolazione dei centri di contenimento in Italia, coloro che approderanno a qualche protezione temporanea o diventeranno dei diniegati.<\/p>\n<p>Chi viene valutato non passibile di richiesta d\u2019asilo a causa del suo profilo, chi \u00e8 stato gi\u00e0 espulso, chi presenta indici di pericolosit\u00e0 sociale, chi ha presentato una richiesta infondata, chi non vuole chiedere una protezione o si rifiuta di collaborare nell\u2019identificazione viene assegnato al sistema dell\u2019espulsione, il sistema di scarico per il flusso migrante.<\/p>\n<p>Tre strade, tre categorie, tre destini diversi.<\/p>\n<p>Prende il via cos\u00ec l\u2019ultima fase dell\u2019approccio Hotspot che \u00e8 lo smistamento. Le persone classificate come CAT1 vengono trasferite in appositi centri per poi accedere alle misure di ricollocazione verso gli stati membri disponibili, le CAT2 portate nelle regional Hub (che non sono altro che dei CARA) sul territorio nazionale per poi se la Commissione territoriale si esprimer\u00e0 positivamente portate all\u2019interno del sistema Sprar, i \u201cmigranti economici\u201d senza speranza\u201d non passibili di richiesta d\u2019asilo (CAT3) o chi si rifiuta di collaborare accederanno al mondo dei Cpr o saranno espulsi direttamente dall\u2019Hotspot.<\/p>\n<p>Come accade in tutto il mondo della detenzione amministrativa in Italia, la maggior parte delle persone che transitano all\u2019interno dell\u2019Hotspot e devono essere espulse, non vengono deportate con la forza, ma vengono semplicemente rilasciate con un foglio di via dall\u2019Italia, cio\u00e8 viene intimato loro di lasciare entro 7-10 giorni il territorio nazionale. Questo di fatto, per evidenti ragioni, non avviene. Ci\u00f2 che si viene a creare \u00e8 una continua produzione di persone \u201cclandestine\u201d che non avendo nessuna possibilit\u00e0 futura di regolarizzarsi vagheranno clandestinamente per lo Stivale, ritorneranno poi forse nei Cpr se capiteranno nelle maglie delle forze dell\u2019ordine, ma in linea generale andranno a infoltire le masse di manodopera in nero a basso costo dell\u2019economia nostrana, la cui ricattabilit\u00e0 \u00e8 cosa ovvia. Come i Cpr, la cui funzione, nonostante le pretese di efficacia messe sul tavolo, \u00e8 sempre stata quella di deterrente collettivo, gli Hotspot sono anch\u2019essi definibili come fabbriche d\u2019irregolarit\u00e0, produttori di marginalit\u00e0 sociale. Questo \u00e8 il nostro secondo appellativo.<\/p>\n<p>Tentando di analizzare in modo pi\u00f9 o meno preciso, come visto, le diverse fasi a cui accede obbligatoriamente il migrante, un immagine inizia lentamente a cristallizzarsi davanti ai nostri occhi. L\u2019Hotspot non \u00e8 solo un campo dove concentrare i migranti appena sbarcati, ma piuttosto si rivela come un meccanismo complesso e variegato che trova nelle azioni del registrare, del categorizzare e dello smistare il suo leit motiv. Quello dell\u2019Hotspot \u00e8 stato definito dai suoi propugnatori infatti come un approccio, un modus operandi da applicare nei confronti di un gruppo umano. Il suo riferimento teorico pi\u00f9 vicino non a caso \u00e8 quello dello smart border, concetto applicabile ai valichi di frontiera nei confronti del flusso regolare. Guardando alle lunghe procedure descritte poc\u2019anzi viene spontanea la costruzione del terzo appellativo che utilizziamo. l\u2019Hotspot \u00e8 certamente un metodo, un approccio, come dicono i tecnici dell\u2019UE, ma noi aggiungeremo, a ragione, che pi\u00f9 precisamente \u00e8 un metodo logistico applicato alla gestione dei migranti. Categorizzazione, smistamento e messa a valore appartengono infatti al mondo delle merci, alla logistica che regge il capitalismo mondiale.<\/p>\n<p><strong>Un metodo di lavoro in team<\/strong><\/p>\n<p>\u201cChe cos\u2019\u00e8 un Hotspot?\u201d recita il titolo di un paragrafo delle SOP. Esso \u00e8, nel suo mettersi in pratica, prima di tutto un \u201cmetodo di lavoro in team\u201d. Ad affollare infatti questi luoghi non ci sono solo i gendarmi e gli operatori sopracitati dell\u2019Eurtf. L\u2019Hotspot deve essere il prodotto complesso di una cooperazione integrata tra attori differenti: le agenzie europee e le associazioni umanitarie ad esempio, le Ong e la guardia di finanza, l\u2019UNHCR, Msf, l\u2019IOM, Save The Children, la Croce Rossa e le forze di polizia, Amnesty e i militari. Ognuno ha il suo compito specifico, il suo ruolo. Il risultato deve essere una coabitazione tra concetti e pratiche in apparente antitesi; soccorsi e interrogatori, cure e prelievo delle impronte, protezione e carcerazione, militarismo e umanitarismo.<\/p>\n<p>L\u2019azione repressiva deve andare di pari passo con l\u2019attivit\u00e0 dei protagonisti del cosiddetto terzo settore o dei diversi attori delle agenzie dell\u2019Onu come, d\u2019altronde, accade in tutti i campi di contenimento delle democrazie occidentali. Tutti questi enti svolgono diverse attivit\u00e0 collaterali e integrative alle normali procedure dell\u2019Hotspot e di fatto, scalpitando, criticando, storcendo il naso a volte, partecipano e collaborano complessivamente al marchingegno. Non \u00e8 un caso che le associazioni o le Ong che operano all\u2019interno delle strutture siano state autorizzate dal DLCI e ci svolgano le proprie attivit\u00e0 nei limiti della seguente clausola: \u201csenza alcun pregiudizio per lo svolgimento delle attivit\u00e0 di polizia\u201d.<\/p>\n<p>\u00c8 l\u2019equilibrio di cui si parlava nell\u2019Agenda, l\u2019approccio integrato che viene propugnato per l\u2019intero sistema delle frontiere. Uno dei suoi scopi \u00e8 anche presentarsi sotto una parvenza di normalit\u00e0 e umanitarismo, integrando nel sistema le rappresentanze umanitarie e mettendo a tacere, coinvolgendoli, i pi\u00f9 critici e preoccupati dei diritti umani, ad esempio attraverso la garanzia di una copertura mediatica30 una tantum da parte di giornalisti e di associazioni; \u00e8 la logica del dissenso pilotato e della cooptazione che in passato ha funzionato egregiamente per i Cpt e che vale ancora oggi per i Cpr o la Seconda Accoglienza.<br \/>\nLe procedure identificative e di smistamento sono accompagnate quindi, come detto, da attivit\u00e0 collaterali di Ong e associazioni. Tuttavia l\u2019Hotspot \u00e8 anche una struttura e in quanto tale deve essere gestita e mantenuta, poich\u00e9 genericamente \u00e8 un \u201ccentro per migranti\u201d e perci\u00f2 deve fornire dei servizi alle persone contenute all\u2019interno: vitto, alloggio, manutenzione degli impianti, fornitura del kit, gestione di un pocket money e tanti altri.<br \/>\n\u201cDietro le quinte\u201d dell\u2019Hotspot appaiono associazioni e cooperative che lavorano in genere nel sociale, alcuni oramai professionisti della materia, altri che oltre al \u201cmondo dei migranti\u201d si occupano di vari ambiti. Enti arcinoti nell\u2019ambiente poich\u00e9 hanno gestito o gestiscono tuttora i Cpr, i Cara e i numerosissimi centri Sprar e Cas sparsi sul territorio. La Croce Rossa, le Misericordie, Badia grande, la Coop. sociale Noi e Voi, la Soc. Cooperativa Domus Caritatis, Azione Sociale, la Coop. Vivere sono alcuni dei nomi che garantiscono al sistema Hotspot di funzionare. Caso a parte \u00e8 rappresentato dall\u2019Hotspot di Taranto dove a gestire la struttura c\u2019\u00e8 stato, insieme ad un\u2019associazione, il Comune del capoluogo di provincia attraverso il direttore che \u00e8 niente meno che il capo della Polizia Municipale! Questi attori completano il quadro eterogeneo con cui si ha a che fare, il team citato dai documenti istituzionali.<\/p>\n<p>Un modello ubiquo di gestione<\/p>\n<p>Un lavoro di squadra quindi, ma anche di pi\u00f9 e cio\u00e8 un modello, un frame, una linea operativa. Secondo le SOP esso \u00e8 infatti una \u201cstruttura in un\u2019area designata normalmente, ma non necessariamente in un luogo di sbarco\u201d; questo gioco di parole vuole dire che il metodo Hotspot ( cio\u00e8 la funzione di identificazione, categorizzazione e smistamento logistico) pu\u00f2 avvenire ovunque. In un centro d\u2019accoglienza lontano dal punto di sbarco, oppure addirittura nei locali di una questura ad esempio. In questi luoghi si pu\u00f2 mettere in moto il modello cos\u00ec come al momento dell\u2019approdo, con la sua versione discrezionale del foglio-notizie. Cos\u00ec il Cara-Hub di Milano, Bari o Villa Sikania si possono trasformare in Hotspot, cos\u00ec come il porto di Brindisi, la questura di Milano o una porzione dello Zen di Palermo.<br \/>\nNon a caso nelle SOP venne paventata, ed \u00e8 ora in funzione, l\u2019idea degli Hotspot mobili, in pratica macchinari, tende e funzionari Easo e Frontex che si muovono a secondo del bisogno verso altri luoghi dove sono assenti gli Hotspot in quanto strutture ufficiali.<br \/>\nUn\u2019ulteriore evoluzione di questo approccio \u00e8 stata proposta nel 2016 dall\u2019ex ministro Alfano che, per risolvere il problema delle fughe dai Centri, mise sul banco l\u2019idea dell\u2019Hotspot galleggiante. Navi cio\u00e8 preposte al contenimento di migranti dalle quali registrare e smistare il flusso. Esso \u00e8 un orizzonte di sviluppo della detenzione amministrativa che, bench\u00e9 possa sembrare un po&#8217; azzardato, ha i suoi precedenti nelle legislazioni degli Stati europei e d\u2019altronde non fa che evolvere delle pratiche di identificazione e smistamento gi\u00e0 in atto sulle navi di recupero con a bordo funzionari Frontex.<\/p>\n<p>Controllo, carcerazione, deterrenza<\/p>\n<p>Quanto si resta in un Hotspot? La questione pone dei grossi problemi di carattere giuridico, sopratutto perch\u00e9, come visto, la struttura\\metodo ha la capacit\u00e0 di creare di fatto categorie differenti di persone a cui \u00e8 assegnato un percorso e un destino diversi.<br \/>\nPer le SOP, in linea generale, il periodo di permanenza all\u2019interno dell\u2019Hotspot deve essere \u201cil pi\u00f9 breve tempo possibile\u201d. Niente male per un documento che vuole porsi come caposaldo giuridico in materia!<br \/>\nLa permanenza deve riferirsi al quadro normativo vigente, ma qual\u2019\u00e8 la norma a cui adeguarsi? Per chi \u00e8 stato considerato passibile di richiesta di protezione e pu\u00f2 considerarsi in una posizione legale sul territorio si parla di 72 ore ( prorogabili di altre 48 ore se vi sono difficolt\u00e0 tecniche) e cio\u00e8 tempo di durata massima per legge del fermo amministrativo e che sarebbe anche il tempo necessario alla registrazione nel database Eurodac. I dati e i racconti a disposizione dipingono una realt\u00e0 tuttavia ben diversa, soprattutto se consideriamo la differenza tra permanenza ( con la possibilit\u00e0 di allontanarsi) e il trattenimento vero e proprio che avviene prima dell\u2019identificazione ( in questo caso il termine massimo dovrebbe essere di 24 ore).<br \/>\nBench\u00e9 \u201cliberi\u201d i richiedenti asilo sono sottoposti ad un regime di privazione della libert\u00e0, nei limiti delle condizioni che essi stessi accettano in cambio del servizio d\u2019accoglienza. Chi ha gi\u00e0 dato i propri dati biometrici, di fatto, pu\u00f2 uscire dalla struttura durante il giorno ( portando con se il proprio cartellino identificativo), ma \u00e8 obbligato a rientrare alla sera, sottoponendosi ad una sorta di regime cautelare in attesa dello spostamento nelle c.d. Hub. In quanto tale l\u2019Hotspot \u00e8 un campo di contenimento che svolge una funzione di presa e controllo di una parte del flusso migratorio.<br \/>\nIl discorso cambia per chi non \u00e8 stato ancora identificato, rifiuta il prelievo delle impronte o \u00e8 destinato, in quanto migrante economico, ad essere espulso; per questi si parla, nella prassi, di un vero e proprio regime detentivo. Le persone appena sbarcate infatti fino a quando non si sottopongono all\u2019identificazione non possono uscire dalla struttura; rimangono detenute e controllate dalle forze dell\u2019ordine, siano esse possibili richiedenti asilo, migranti economici o anche minorenni la cui et\u00e0 non \u00e8 stata ancora accertata.<br \/>\nL\u2019Hotspot, quindi, \u00e8 prima di ogni altra cosa una prigione, un nuovo campo di detenzione amministrativa, un \u201darea chiusa\u201d come esplicitato nella Road map.<br \/>\nChi arriva \u00e8 prima di tutto un detenuto, un \u201ctrattenuto\u201d se si vuole utilizzare il lessico politicamente corretto della legge, la cui posizione pu\u00f2 cambiare solo in cambio della collaborazione con le autorit\u00e0.<\/p>\n<p>Cosa succede infatti a chi si rifiuta di collaborare? Molti migranti conoscono bene cosa vuole dire lasciare le proprie impronte sul territorio italiano: la perdita della possibilit\u00e0 di fare richiesta altrove, magari in quei paesi del nord del continente dove di fatto si vuole arrivare. L\u2019accordo di Dublino ha di fatto chiuso le porte dell\u2019Europa pi\u00f9 ricca a milioni di persone che rimangono ancorate in Italia e in Grecia o che sopratutto affollano le frontiere nel tentativo di poterle attraversare. Molti quindi all\u2019interno dell\u2019Hotspot si oppongono all\u2019identificazione, alterano i propri polpastrelli o resistono in vari modi al prelievo. La questione \u00e8 di vitale importanza per le istituzioni, pena la perdita dell\u2019efficacia dello strumento Hotspot a disposizione e in generale della necessit\u00e0 del controllo informatico sui migranti. La questione \u00e8 tuttavia anche estremamente spinosa per via della portata giuridica che ha il prelievo coatto da parte delle forze di polizia. Si pu\u00f2 assalire una persona per bloccarle le dita anche se non c\u2019\u00e8 nessuna ipotesi di reato? Evidentemente, secondo la legge italiana, no. Secondo le forze di polizia e non solo, invece si, come testimoniato dai numerosi casi di violenza nei confronti dei migranti. La materia \u00e8 stata per molto tempo al centro del dibattito e pi\u00f9 volte all\u2019Italia \u00e8 stato chiesto da Frontex e istituzioni europee, in modo pi\u00f9 o meno pressante, di trovare un rimedio. La soluzione \u00e8 arrivata per mezzo della legge N\u00b046 del 13 aprile 2017 che obbliga coloro che si rifiutano di farsi prelevare le impronte al trasferimento in un Centro per i rimpatri, dove, una volta imprigionati a scopo intimidatorio, pu\u00f2 avvenire, al di l\u00e0 delle sue silenziose mura, il prelievo coatto. Una scappatoia furba ed efficace insomma che porta il migrante che si ribella da una struttura detentiva d&#8217;eccezione, dove il diritto ancora traballa, ad una oramai consolidata dove l\u2019indicibile pu\u00f2 accadere.<\/p>\n<p>La situazione alle frontiere del nord Italia in questi ultimi anni ha fatto si che l\u2019Hotspot assumesse un ulteriore ruolo nel sistema di gestione e controllo dei flussi migratori: ci\u00f2 che \u00e8 stato definito senza vergogna dall\u2019ex ministro degli Interni Alfano \u201cun alleggerimento della frontiera\u201d, una decompressione assai fallimentare, tra l\u2019altro, del confine. Le persone migranti intente a radunarsi per attraversare illegalmente la frontiera, in luoghi di confine come Ventimiglia o Como, a seguito di retate della polizia, sono state prese e deportate all\u2019interno dei confini nazionali verso gli Hotspot del sud distanti mille kilometri, in particolare Taranto, con il puro e semplice scopo di allontanamento dal confine. Decine e decine di autobus ricolmi di migranti scortati dalla polizia si sono mossi, nelle estati di proteste alla frontiera, verso la Puglia. Persone gi\u00e0 identificate e registrate, richiedenti asilo regolari sul territorio. In rapporto a questa funzione gli Hotspot sono luoghi utilizzati come deterrente per i passaggi illegali della frontiera, a protezione dell\u2019accordo di Dublino.<\/p>\n<p><strong>Conclusioni<\/strong><\/p>\n<p>Approccio, metodo, lavoro in team, centro per il soccorso questi sono le immagini che ci vengono candidamente fornite dai propugnatori dell\u2019Hotspot. Se dovessimo fermarci superficialmente alle descrizioni e alle analisi dei tecnici e delle istituzioni avremmo un quadro assai distorto della realt\u00e0. l\u2019Hotspot \u00e8 ben altro. \u00c8 un luogo d\u2019eccezione, un deterrente collettivo, un metodo logistico, una fabbrica di marginalit\u00e0 e ancora un campo di contenimento, di deportazione e, prima di ogni altra cosa, un carcere. Caratteristiche molto diverse da ci\u00f2 che traspare dai media o dalle dichiarazioni altisonanti che vorrebbero presentarci nient\u2019altro che un banale Centro d\u2019accoglienza, forse un po&#8217; particolare, dove si aiutano e si sfamano i migranti appena salvati.<\/p>\n<p>Malgrado ci\u00f2 e nonostante i tentativi descrittivi che abbiamo effettuato, rimangono delle forti lacune di conoscenza su ci\u00f2 che accade quotidianamente all\u2019interno di queste strutture o di quanti altri ruoli l\u2019approccio assolva rispetto ad una parte del flusso migratorio.<br \/>\n\u00c8 sintomatico percepire quanto la stessa legge italiana ad esempio sia ancora sfornita di regole e norme che abbiano una presa legislativa sulla materia. Ad esempio il tentativo di accomunare l&#8217;Hotspot ai campi della Legge Puglia del 1995, attraverso il decreto legge N\u00b013 del 2017 convertito nella legge N\u00b046 del 13 aprile 201745, rende evidente quanto l\u2019astuzia delle autorit\u00e0 molte volte gareggi con la superficialit\u00e0 degli interventi giuridici.<br \/>\n\u00c8 chiaro che non ci si duole dell\u2019assenza di una legge che faccia presa in modo oggettivo sulla situazione. Se, grazie ad un serio intervento normativo, il trattenimento illegale diventasse legittimo, se si passasse dalle pratiche discrezionali della polizia a regolamenti ferrei, dall\u2019eccezione al diritto, l\u2019Hotspot Approach rimarrebbe sempre ci\u00f2 che \u00e8, e, detto fuori dai denti, non \u00e8 niente di cui rallegrarsi. L\u2019 Hotspot \u00e8 l\u2019ennesimo scempio partorito dalla storia dell\u2019Europa e in riferimento a ci\u00f2 non fa che accodarsi alla lunga lista delle tipologie di campi di concentramento che negli anni sono sorti, con motivazioni diverse (ma poi non cos\u00ec tanto diverse), nel continente. L\u2019Hotspot \u00e8 semplicemente qualcosa di cui non si pu\u00f2 e non si deve immaginare un\u2019altra forma. Esso \u00e8 solo un ennesimo e sempre pi\u00f9 complesso dispositivo di disciplinamento per la popolazione, un altro banale muro contenitivo, una nuova frontiera in Europa.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Di seguito riportiamo un\u2019interessante descrizione e analisi di un compagno che nei tempi di repressione<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":34302,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[5],"tags":[],"class_list":["post-34211","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-diario"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/macerie.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/34211","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/macerie.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/macerie.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/macerie.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/macerie.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=34211"}],"version-history":[{"count":3,"href":"https:\/\/macerie.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/34211\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":34316,"href":"https:\/\/macerie.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/34211\/revisions\/34316"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/macerie.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media\/34302"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/macerie.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=34211"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/macerie.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=34211"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/macerie.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=34211"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}