Corrispondenza da Bologna

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Dopo quello di Corelli a Milano, anche il Cie di via Mattei a Bologna riapre i battenti non più come Centro d’Identificazione ed Espulsione ma come Centro di prima accoglienza.  Su questa riapertura vi proponiamo un contributo arrivatoci da Bologna.

Bologna. Il Centro di via Mattei ha riaperto cambiando veste e da Cie è diventato Cara. Nel febbraio 2013, il Cie di Bologna fu chiuso dopo che diverse rivolte avevano reso inagibili alcune aree e dopo che il consorzio “L’Oasi”, che l’aveva in gestione, aveva smesso di pagare gli stipendi non riuscendo più a trarre sufficiente profitto da una convenzione ottenuta con una gara d’appalto all’estremo ribasso: 20/25 euro a recluso

Ora, dal 19 luglio 2014, il centro di via Mattei ha riaperto, riconvertendosi in struttura di prima accoglienza per richiedenti asilo politico, per far fronte alla decisione del Viminale di destinare a Bologna 200 tra uomini e donne arrivati via mare in Italia questa estate. Si racconta che nel giro di una notte siano stati rimossi da volontari sbarre e cancelli, visto che chi viene ora ospitato nel centro non è più recluso e può quindi entrare e uscire liberamente. Si fa per dire perché, a fronte delle dichiarazioni della assessore Frascaroli per cui «Ci sarà il rilascio dei permessi umanitari, ai quali hanno diritto tutti. Poi si vedrà quanti potranno richiedere asilo», i documenti che ci hanno fatto vedere alcuni degli “ospiti” incontrati nei paraggi del centro non sono altro che minuscoli fogliettini di carta infilati in una bustina di plastica trasparente riportanti il nome e un numero. A questo si aggiunge un braccialetto colorato di plastica con su scritto a pennarello il numero corrispondente a quello sul tesserino. Ecco, che con questo genere di documento, l’unico fornito loro da mesi, ci si possa muovere liberamente risulta davvero impensabile.

La nuova struttura fa parte di quelli che vengono definiti “hub” (tecnicamente, “nodi di smistamento“) regionali e interregionali previsti dal Piano nazionale per fronteggiare il “flusso straordinario di cittadini extracomunitari” approvato il 10 luglio scorso dalla Conferenza unificata Stato-Regioni ed enti locali. Per il momento l’Hub/Cara di Bologna viene gestito in forma transitoria, che avrebbe dovuto scadere il 30 settembre ma ancora non è cambiato nulla, da un consorzio di cooperative sociali, alcune appartenenti a Lega Coop, e non è dato conoscere per quale somma. Ne fanno parte: Lai-momo, Camelot, L’Arcolaio e Mondo Donna (associazione sostenuta dal Rotary), tutti con sede a Bologna e provincia. I pasti vengono forniti dalla Camst (potente gruppo dell’area della ristorazione, da più di 60 anni, con forti legami con enti e servizi pubblici).

In questo momento nel centro ci sono solo uomini, le donne sono da poco state trasferite non si sa dove, che aspettano senza far nulla e senza sapere nulla per intere giornate gironzolando per le strade della zona, per altro periferica e per lo più occupata da capannoni. Rispetto ai primi mesi, ora sono meglio vestiti e alcuni dicono che il cibo non è male, mentre per altri è molto scarso. Le condizioni igieniche variano, non sempre i locali sono puliti. Le barriere del vecchio Cie in realtà non sono sparite e restano sbarre e gabbie davanti alle camerate. Vengono dati loro pochi spiccioli e niente biglietti del bus. Abbiamo incontrato dei giovanissimi ragazzi ganesi che dicono di essere in 26 sotto i 18 anni. Le autorità avevano promesso di mandarli a scuola per imparare la lingua, ma non è mai avvenuto. Da due mesi stanno sbattuti sulle panchine di un piccolo parco o di un giardinetto nei dintorni, la loro tristezza è visibile in modo straziante: “se avessi i documenti me ne tornerei da mia madre in Ghana per andarla a prendere e ritentare la fortuna altrove”, ci dice uno di loro. Parlano, come i loro compagni adulti, di essere in attesa di trasferimenti. Trasferimento è la parola che ci ripetono di più senza però poter capire dove e quando. La maggior parte viene dalla Nigeria, dal Ghana, dal Senegal, dal Gambia, dal Sudan, dalla Costa d’Avorio, dal Bangladesh, dall’Eritrea e molti hanno fatto la traversata dalla Libia, dove lavoravano, alla Sicilia. Sono in una situazione di stallo, senza soldi e senza documenti.

Dal 3 novembre, è in corso una protesta da parte dei rifugiati di Villa Aldini a Sasso Marconi, gestita anche questa dalla Cooperativa Lai-momo. Fanno un presidio sotto la Prefettura perché, dopo aver ottenuto il permesso umanitario, hanno ricevuto la comunicazione di non avere più l’ospitalità. Stanno quindi per finire in mezzo alla strada.”

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