Frontiere e dodici banditi

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Bruciare le frontiere ogni giorno“, questo il titolo e il filo conduttore della tre giorni svoltasi a Torino nei giorni scorsi. E oltre a Calais, a Ventimiglia, a Idomeni e al Brennero – le frontiere statali – i racconti e le riflessioni si sono infatti concentrati sui Cie e sui centri di Seconda Accoglienza, sulle occupazioni con i rifugiati ad Atene e sulle lotte con i rifugiati a Parigi. Nella convinzione che, oltre alle frontiere tra uno Stato e l’altro, siano molteplici gli strumenti adottati dalle autorità per controllare e render sempre più dure le vite di quegli uomini e donne fuggite dai propri paesi verso l’Europa. Numerosi sono quindi anche i luoghi e le occasioni di incontro e lotta con chi non ha il giusto pezzo di carta in tasca.

Per questo sabato mattina i partecipanti a questa tre giorni hanno attraversato in corteo Piazza della Repubblica, il Balon e le strade di Aurora, dove i controlli e le retate dei senza-documenti sono all’ordine del giorno. Nel corso del corteo con scritte sugli autobus, manifesti sui muri e interventi al megafono è stata ribadita la necessità di organizzarsi assieme per resistere alle forze dell’ordine e sono stati ricordati alcuni tra i responsabili delle deportazioni, come Poste Italiane proprietaria della compagnia aerea Mistral Air particolarmente attiva nelle espulsioni.

Domenica pomeriggio si è invece svolto un rumoroso presidio sotto il Cie di Corso Brunelleschi, difeso per l’occasione da più di un centinaio di celerini e agenti in borghese. Oltre ai soliti petardoni e interventi al microfono sono state lanciate anche molte palline da tennis oltre le mura del Centro, cosa che non accadeva ormai da mesi visto che gli ultimi tentativi erano stati subito ostacolati dalle forze dell’ordine presenti. Il presidio si è poi concluso con un corteo lungo via Monginevro seguito da lontano dai blindati e dai cordoni della Celere.

A ricordare poi come le frontiere siano ovunque ci hanno poi pensato nei giorni successivi alcuni dei suoi sostenitori.

Lunedì sera lungo le strade di Aurora e Porta Palazzo si è infatti svolta una fiaccolata organizzata da sindacati di polizia e comitati di quartiere per pubblicizzare un “Patto per la sicurezza” consegnato nei giorni scorsi ai candidati sindaco cui si chiedono tra le altre cose più retate e lo sgombero delle case occupate in quartiere. E proprio sotto una di queste, in corso Giulio Cesare, qualche decina di sfrattandi, occupanti e solidali hanno atteso invano il passare della manifestazione che, non è dato sapere per quale motivo, alla fine ha invece deciso di sfilare lungo strade meno centrali e frequentate.

A concludere questa tre giorni contro le frontiere è stata quindi la polizia politica su mandato del Tribunale torinese. Per una contestazione avvenuta lo scorso ottobre contro la Ladisa, azienda che si occupa della distribuzione di pasti al Cie, dodici compagni si sono visti notificare ieri mattina un divieto di dimora dal comune di Torino. Una denuncia per violenza privata in concorso e una per deturpamento – dato che nel corso della contestazione sono stati versati all’interno degli uffici della Ladisa dei secchi di letame – sono bastate ai giudici per disporre il loro allontanamento. Banditi dalla città perché, conclude il Gip, a causa della loro ostinazione altre misure non riuscirebbero ad allontanarli dalle lotte.

Una strategia, quella dei divieti di dimora, da minimo sforzo e massimo risultato per le autorità cittadine. Con l’utilizzo di una misura cautelare minore, la cui notizia non fa fragore come quella di un arresto, toglie di mezzo, dalla geografia cittadina, braccia e teste impegnate nella ricerca quotidiana delle possibilità di confliggere, organizzarsi insieme, immaginare qualcosa di radicalmente altro. Una misura che non dura solo alcuni mesi, ma essendo considerata lieve può essere rinnovata per più di un anno, e dunque costringe le persone toccate a prendere le valigie e inventarsi un motivo per vivere altrove.

Un modus operandi di cui abbiamo già parlato in passato – qua le voci dei banditi del 2013 – , che ciclicamente si ripresenta. E con cui chi lotta non può non fare i conti.