Corteo

28 maggio. Dopo essersi sentiti dire dagli emissari di Comune e Prefettura che «è finito il tempo di fare i turisti in Italia» e che è arrivato il momento di ritornarsene in Somalia, oppure in Germania o in Francia, i rifugiati “ospiti” da mesi nella caserma di via Asti dopo lo sgombero dell’ex clinica San Paolo danno vita ad un piccolo corteo spontaneo in via Po. Un corteo singolare, fatto sul marciapiede e sotto i portici, che schiva passanti e camerieri basiti e rasenta i tavolini dell’aperitivo torinese: ancor più che le manifestazioni ordinarie, prefigura i movimenti futuri di una città che è meta e snodo di mille viaggi diversi e dove i viaggi a volte si rivelano per quello che sono, forme di lotta. Arrivati in piazza Castello con i loro striscioni, i profughi rifiutano sdegnosamente l’offerta di parlamentare con qualche sottopiffero prefettizio e preferiscono farsi vedere e far conoscere le proprie ragioni alla città. Poi, quando ne hanno abbastanza, si girano sui tacchi e se ne ritornano in via Asti.