Intorno a un picchetto

 

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Qualche sera fa una trentina di persone hanno fatto capolino tra le vie semideserte di Abbadia di Stura, quelle a vocazione per lo più industriale ricavate dove la città si pensa essere finita ma in cui trovano sede piccole fabbriche e qualche magazzino della logistica. E proprio davanti a uno di questi, la Gls, colosso dello smistamento e del trasporto merci su gomma, che coloro arrivati sul posto si sono riuniti in un presidio notturno con l’intenzione di bloccare per tutta la notte i cancelli in risposta all’omicidio di Abd Elsalam, schiacciato dalle ruote di un camion mentre insieme a colleghi e solidali picchettava i cancelli della sede di Piacenza. Il blocco notturno rispondeva a una chiamata nazionale del sindacato Usb, chiamata che è stata raccolta da diverse città e in cui i blocchi dei camion hanno avuto maggiore o minore fortuna in base a circostanze e condizioni specifiche. Di queste altre iniziative che hanno animato la notte di martedì non ci pare possiamo dir molto dato che gli unici elementi che abbiamo a nostra disposizione sono qualche articolo tratto dai media locali e il resoconto dai toni più o meno trionfalistici in base a chi, delle tante anime politiche che hanno organizzato la protesta, redigeva lo scritto.

A Torino però siamo stati davanti a quei cancelli, anche se per poco, e sottolineiamo l’aggettivo “politico” che qualifica l’iniziativa. Non lo diciamo per fare polemica sterile ma per il dispiacere che si prova di fronte al naufragio delle possibilità che in tanti alzino la china; ecco perché è necessario porsi nella direzione della comprensione, nel tentativo di diradare la nebbia per meglio agire ed essere complici  di chi viene dissanguato dalla violenza dell’economia. È quindi a malincuore che abbiamo notato che la composizione di quel momento di lotta era prettamente di “militanti” – ci venga scusato l’odioso termine – tutti sicuramente con la voglia di rispondere a questo omicidio provando a colpire la Gls nelle sue ramificazioni locali.  Tuttavia la nostra voglia di stare spalla a spalla a lottare con chi subisce le medesime condizioni di sfruttamento che avevano portato Abd Elsalam e i suoi colleghi davanti ad altri cancelli, altresì la speranza che una di queste meste occasioni porti più prima che poi a una rottura decisa contro i padroni, non vanno d’accordo con una situazione in cui i grandi assenti sono i facchini della Gls.

Ed ecco un primo dato di realtà: i lavoratori quella sera dentro al magazzino c’erano, forse hanno lavorato meno o per niente visto che il presidio bloccava i cancelli e di camion se ne sono visti ben pochi, dirottati forse su altri snodi non interessati dalla protesta. E qui la domanda sorge spontanea: perché? Un primo fattore potrebbe essere che nello stabilimento Gls di Torino di tesserati del sindacato che ha indetto lo sciopero non ce n’è neanche uno e va da sé che la proposta non abbia attecchito, almeno per come purtroppo vanno le cose ora. A ciò bisogna aggiungere il motivo scatenante della protesta, la morte di Abd Elsalam, a nostro avviso sicuramente degno di una risposta rabbiosa e collettiva, motivo di odio fervido e voglia di vendetta che dovrebbe andare ad accumularsi a quello per le condizioni di vita e di lavoro di tutti. Ma per quanto ci piacerebbe che la solidarietà fosse pratica e forza di ogni lotta, i nostri desideri si scontrano quasi sempre con la realtà, come in questo caso in cui non ci pare ci sia stata un’auspicabile esplosione di rabbia in giro per gli snodi Gls d’Italia per l’uccisione di un uomo mentre lottava contro uno dei più rodati sistemi di sfruttamento lavorativo, quello delle cooperative della logistica. Qualche sciopero più partecipato e qualche blocco un poco più efficace di quello torinese c’è stato, a Crespellano ad esempio e a San Giuliano Milanese, e poi ovviamente e giustamente, a Piacenza. Le condizioni di lavoro di chi è impiegato all’interno del sistema della distribuzione delle merci, comparto paradigma che plasma ormai la stessa essenza del capitalismo del terzo millennio, sono pessime e così devono restare affinché l’estrazione di valore nella catena continui. Esternalizzazione, subappalti, sistema di gestione a cooperative rendono fluide le responsabilità, fumosi i nemici e permettono di risparmiare continuamente sulla manodopera peggiorando e precarizzando le condizioni lavorative. E proprio il sistema di subappalto fa sì che Adb Elsalam non fosse assunto da Gls ma da un’ altra ditta che per Gls lavora. Ditta di cui probabilmente i facchini torinesi non sanno nemmeno l’esistenza perché legati invece ad altre sigle, ad altri capi e ad altri caporali.

È probabilmente per la centralità e la strategicità di quel particolare comparto produttivo e per le condizioni di ipersfruttamento e precarietà che le lotte dei lavoratori della logistica sono state tra le poche degne di nota nel panorama del centro-nord italiano degli ultimi anni, per pratiche e determinazione, e a tratti sono riuscite a strappare delle piccole migliorie alla controparte. Di queste lotte, della pratica del blocco, della composizione e dei metodi rivendicativi si è detto e scritto in passato e si continua a farlo. Non scendiamo quindi qui nel merito delle sue caratteristiche sperando di non sbagliare nel darle per conosciute.

Quello che ci preme sottolineare è invece una peculiarità comune a tutte: la presenza di sindacati di base che si pongono come intermediari e rappresentanti dei facchini, figura lavorativa che non è rientrata nelle categorie sindacalizzate tra i confederali e di cui gli stessi grandi tre si sono disinteressati coscienziosamente lasciando lo spazio ai sindacati cosiddetti conflittuali.

A Piacenza davanti a quella ditta teatro della morte di Abd Elsalam insieme e portavoce dei facchini in sciopero c’era l’ Usb. Al di là della nostra opinione sui sindacati “conflittuali” e sulla loro funzionalità in tempi il cui la rivendicazione di un miglioramento delle condizioni lavorative, soprattutto in certi settori, pare impossibile oltre ogni buona intenzione, non possiamo ignorare il fatto che obiettivo primario di un sindacato sia quello di restare in vita e il secondario sia quello di ingrandirsi e radicarsi. E le strategie di lotta che spesso abbiamo visto messe in campo dalle varie sigle sindacali di base vanno nella  direzione di acquisire sempre un maggior numero di tesserati per essere indispensabili nelle trattative come rappresentanti dei lavoratori. Niente di nuovo sotto il sole anche se ricordarselo aiuta a illuminare il presidio torinese di significato, dà spiegazione alla presenza di un sindacato senza tesserati e ai toni gloriosi della narrazione che ne fanno. Ed è questo a non poter essere digerito, il racconto di una storia che non c’è ma che viene raccontata lo stesso perché utile alla riproduzione della struttura e alla sua pubblicità. Mentre il corpo ancora caldo di Abd Elsalam giaceva in qualche sala di obitorio e ancora non si poteva immaginare che tipo di reazione questa ripugnante morte poteva scatenare, scorrevano già le immagini dei delegati Usb al tavolo con il Ministro del lavoro Poletti. Questa tristissima vicenda fa così notizia che Usb può persino chiedere al ministro l’apertura di un tavolo per ridiscutere tutta la legislazione sul lavoro, richiesta ambiziosissima, seppur utopica; ma questo sindacato al momento può pensare di volare alto e di raccontare con toni vittoriosi di una forza organizzata, in lotta, che si esprime in più parti d’Italia e che ha nel portafoglio la tessera dell’Usb.

Alla fine della fiera, al di là delle vicende delle ultime settimane intorno ai fatti della Gls e all’agire dei mediatori dei lavoratori, il palato continua a essere bagnato da punti interrogativi.

Come si può pensare a un percorso conflittuale  considerando che le trasformazioni del lavoro degli ultimi decenni hanno reso le condizioni e gli strumenti di lotta sempre più fuori dalla portata dei lavoratori? E come pensare che si possa trascendere il sindacato che è una delle cause di questo processo?
D’altra parte non è forse giusto pensare anche a delle azioni autonome e conflittuali che parlino direttamente ai lavoratori allorquando non ci sia altro modo per comunicarci?
Perché, se non s’intravede molto altro, non c’è niente di male nell’organizzarsi autonomamente per rispondere a un’impellenza etica anche se non c’è la spinta dei diretti interessati.

Domande a cui non abbiamo ancora risposta ma non manca la consapevolezza che le lotte nel campo della logistica possano avere un’importanza centrale perché centrale è il ruolo di questo settore nell’economia globale.
Di certo è utile iniziare a comprenderne i meccanismi e conoscerne il funzionamento per lottarci contro.