Requiem for a dream

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LE SIRENE DEL MERCATO

E se l’Atc divorziasse definitivamente, o quasi, con la Regione? Se il suo statuto giuridico non fosse più vincolato alla Pubblica Amministrazione? Questo lo scenario paventato appena pochi giorni fa dal presidente Marcello Mazzù, che vorrebbe imprimere una transizione storica all’agenzia: da ente pubblico a ente pubblico economico. Ciò comporterebbe una maggiore autonomia degli amministratori nella gestione del personale, non più dipendente della PA ma soggetto a contratti privati, nel decidere così le condizioni di lavoro e soprattutto chi lasciare a casa a seconda delle esigenze. Questa “flessibilità” avrebbe una ricaduta positiva sulla gestione dei costi e quindi sulla parità di bilancio, alla quale Atc sarebbe maggiormente vincolata, senza contare a tal fine l’impegno che ci metterebbe a rientrare di tutti i debiti non riscossi per le morosità accumulate dagli inquilini delle case popolari.

Sarebbero tanti i garbugli tecnici tra i quali districarsi in questo ipotetico scenario e che ci vedono al momento impreparati, non essendo degli esperti in materia, ma che non oscurano la palese rivelazione tra le parole di Mazzù: occorre che Atc inizi a giocare a pieno titolo con le regole del mercato economico, diventando un attore senza vincoli. Non è un caso che il presidente abbia avanzato anche l’ipotesi di costituire una fondazione legata ad Atc in grado di “coinvolgere il mondo dell’imprenditoria privata in progetti finalizzati alla rigenerazione urbana e sociale e generare nuovi servizi per gli utenti, come il microcredito“. Insomma, un programmino alquanto di moda.

Tuttavia, se di rivelazione si tratta, non è affatto inedita: è da tempo che le politiche di gestione del patrimonio ERP (Edilizia Residenziale Pubblica) sono orientate in questa direzione. In origine si è trattato di tirare il freno a mano sull’espansione di case popolari avviata durante la Torino industriale, in cui occorreva costruire alloggi, anche ammassati alle periferie delle città, per il crescente sviluppo demografico dovuto al potere attrattivo di un’economia che ruotava attorno alle fabbriche. Il 68% degli alloggi ERP infatti è stato costruito prima del 1981, il 18% tra il 1981 ed il 1990 e solo il 14% dopo il 1990. Con la dislocazione degli stabilimenti industriali fuori dal paese, verso lidi più convenienti dove la manodopera costava di meno, anche l’esigenza di edilizia sociale iniziava a ridimensionarsi. Elargire case a profusione a una classe di proletari e operai in via di smantellamento, senza alcuna garanzia che da lì in poi sotto a quel tetto ci sarebbero finite persone che una volta riposate nell’alveo domestico sarebbero poi tornate a produrre il profitto di un padrone, non era più conveniente.

Ma quello a cui stiamo assistendo negli ultimi decenni è una radicale inversione di marcia.

LAST GENERATION

Un’interessante allegato al Piano Casa 2009-2010 della Città di Torino distingue tra politiche abitative di prima e seconda generazione. Se le prime riguardano il normale iter di assegnazione degli alloggi, le seconde sono “orientate al mercato e realizzate attraverso una mediazione pubblica tra gli interessi di inquilini e proprietari di alloggi, […] attraverso convenzionamenti tra i Comuni e soggetti privati, […], attraverso contributi a sostegno delle persone a basso reddito o con canone di locazione elevato.

Ad avvalorare questo cambio di tendenza e a mostrarne le dirette conseguenze sulla gestione del patrimonio di Edilizia Residenziale Pubblica, giunge in aiuto un altro Piano Casa, questa volta di renziana memoria risalente al vicino 2014. Il testo di legge punta a incrementare soprattutto i fondi a sostegno della locazione, tra cui gli affitti a canone concordato e calmierato, ossia un più aureo incontro tra domanda e offerta. Un trend già ampiamente lanciato nel 2006 con la ratificazione del piano “10000 alloggi per il 2012” di Edilizia Sovvenzionata. D’altro canto uno dei pochi frangenti in cui nella legge si parla di case popolari è per ribadire e rilanciare i piani di alienazione degli alloggi, ossia la vendita agli assegnatari che vogliono diventare proprietari. Per non farci mancare l’ennesimo occhiolino strizzato ai finanzieri, si precisa inoltre la possibilità di accedere al Plafond Casa, ossia una garanzia per le banche verso i rischi di insolvenza messa a disposizione dalla CDP (Cassa Depositi e Prestiti), che finanzierebbe così i mutui stipulati in un’epoca di forte contrazione del credito. Insomma una bella copertura alle crescenti operazioni e introiti per gli istituti bancari.

Certo, i soldi ricavati da questi piani di vendita dovrebbero andare per la costruzione di nuovi alloggi sociali e per la manutenzione di quelli attuali. Un processo nei fatti di lenta dismissione del patrimonio delle agenzie territoriali, iniziato dagli anni ’90 in poi, visto che per costruire degli alloggi da zero servirebbe comunque venderne ben più di uno. L’obiettivo sembra essere più che altro quello di abbattere i costi di gestione e di perfezionare l’offerta abitativa di nuovi complessi in costruzione secondo modelli di funzionamento innovativi. Dal mero punto di vista quantitativo non ci saranno case in più nonostante le tantissime persone che ogni anno vengono sbattute per strada a causa di uno sfratto. Del resto, di che stupirsi, dare tout court un tetto non è più lo scopo delle politiche abitative. Negli ultimi dieci anni le domande di case popolari sono quasi raddoppiate, mentre il numero di assegnazioni è rimasto stagnante attorno alle 500 unità. Attualmente le assegnazioni annue di ERP coprono appena il 4% del fabbisogno abitativo.

GLI UTENTI, IL TREND E IL PRODOTTO

Stante il numero così alto di domande disattese verrebbe da domandarsi: perché è così difficile diventare assegnatari? Per chi sono queste case popolari?

Mentre l’Atc faceva marcire i complessi abitati da vecchi e nuovi inquilini, tanto che del piano ristrutturazioni voluto da Renzi i tre quarti degli interventi previsti eccedono i fondi messi a disposizione dal Governo, i cavalieri del nuovo welfare guardavano a una più ampia fascia grigia di popolazione. Si tratta di un ceto medio diffuso, con redditi più alti degli aventi diritto alle case ERP, ma in forte declino e quindi sempre più prossimi alle fasce più povere. La maggior parte delle misure messe in campo puntano a sostenere questo ceto medio-basso e a verificare chi al suo interno è in grado di reggere le nuove leggi del mercato del lavoro, quindi di rimanere incluso nel tessuto produttivo. Molte delle risorse in campo abitativo vengono dirottate a questi tipi di progetti, come le misure di sostegno al reddito e alla locazione di cui abbiamo parlato.

La possibilità di inclusione e di sostegno per chi sta ben al di sotto di questa fascia grigia o a chi da lì in breve tempo è piombato nella povertà perdendo lavoro, casa e quant’altro, si sta sempre più plasmando su questo modello di inclusione selettiva, il cui obiettivo è quello di capire chi tra le persone coinvolte è in grado di tenere botta. “La caratteristica peculiare di questa soluzione abitativa è la temporaneità: gli ospiti possono permanere da un minimo di un giorno ad un massimo di 18 mesi, alla fine dei quali dovranno essere in grado di optare per una soluzione diversa di tipo più definitivo” – riverbera un eco dai ‘Luoghi Comuni’ della Compagnia di San Paolo. Ma non si tratta solo dei progetti di social housing, che stanno definitivamente uscendo da una fase sperimentale nel campo del welfare privatistico; questo modello di intervento sta facendo scuola.

Per diventare assegnatario di un alloggio Atc ci sono due modi: uno è la normale risalita della graduatoria a punti, l’altro è quello di rientrare nell’Emergenza Abitativa decretata da una specifica commissione. Le due modalità coprono ciascuna la metà degli alloggi distribuiti, e per quanto riguarda l’Emergenza Abitativa questa si suddivide tendenzialmente per casi di sfratti e casi segnalati dai Servizi Sociali. Al 2015, secondo l’OCA (Osservatorio sulla Condizione Abitativa), questi ultimi coprivano il 22% del totale delle assegnazioni, a fronte di un 25% di alloggi assegnati per emergenza da sfratto, per quanto gli sfratti siano considerati quasi una piaga sociale nella città di Torino.

GARANZIA E DISCIPLINA

Negli ultimi anni proprio a partire dai casi segnalati dagli assistenti sociali hanno iniziato a prendere piede una serie di progetti di accoglienza all’interno di svariate strutture, il cui scopo è quello di “accompagnare” le persone coinvolte lungo un percorso che le porterà alla casa popolare, nell’attesa che si liberi il posto per l’assegnazione. È il caso di strutture come la Dorho legata alla diocesi, oppure la più recente casa Farinelli voluta dall’amministrazione pentastellata. L’accompagnamento ha una duplice funzione sia disciplinante che di garanzia: queste strutture mettono in campo dei regolamenti stringenti (con varie intensità, visto che siamo ancora in una fase di sperimentazione) sulle frequentazioni all’interno degli appartamenti, l’impossibilità di dormire altrove, il prendere parte alle attività collaterali con gli altri partecipanti, condividere per forza cucina e altri spazi comuni senza la possibilità di organizzarsi per sé, a seconda delle propri impegni quotidiani. ecc… se si sgarra si rischia di perdere il posto nella struttura e con molta probabilità anche la casa popolare. È normale che a queste condizioni o ci si adegua, o ci si impegna a trovare un buco in affitto da qualsiasi altra parte. Dato che Atc è consapevole di elargire un numero risicato di posti a fronte di migliaia di richiedenti, e questo fa incazzare un sacco di persone, si assicura così che all’interno dei propri appartamenti ci finiscano degli inquilini che hanno già dimostrato di essere collaborativi, di non dare problemi e quindi anche di essere disposti a pagare (per quanto sempre in base al proprio reddito).

Una doppia funzione che si ripropone in una serie di altre misure “innovative” adottate negli ultimi anni che, seppur con scarso impatto sull’ammontare delle politiche di gestione dell’edilizia sociale, illuminano la direzione verso cui si sta andando. È il caso delle cosiddette Coabitazioni Giovanili Solidali: si tratta di giovani, spesso studenti, ai quali viene data la possibilità di vivere in un complesso di case popolari al 50% dell’affitto, in cambio di una serie di opere di volontariato concordate in un tavolo bimensile con Atc, ASL, Servizi Sociali e Polizia Municipale. Si va dall’organizzare feste di condominio per parlare dei vari problemi riscontrati dagli abitanti, affrontare le liti e incentivare la pulizia degli spazi comuni. Creare un piccolo villaggio in cui i problemi non strabordino, tramite delle figure che esercitino un soft-control sugli abitanti. Una “presenza attiva per questioni di sicurezza sociale e violazione dei regolamenti” – come si legge in un articolo de La Stampa. Ma anche una piccola garanzia e buon esempio sulle entrate visto che “Quei pochi alloggi non renderebbero molto più di quanto rendano affidati ai giovani, visto il livello di morosità” – recita Giovanni Magnano, dirigente dell’Area Edilizia Pubblica della città.

Per quanto il video promozionale su youtube, che rilancia anche per il 2017 le Coabitazoni, mostri baldi giovani intenti ad aiutare docili vecchietti a portare la spesa a casa, un aneddoto di corridoio può rendere la cifra dell’ordine di problemi da affrontare e quindi della reale funzione strategica che determinate figure potrebbero ricoprire. Si è infatti tenuto da poco a Torino un forum aperto ai vari coabitanti, in cui i partecipanti erano chiamati a confrontarsi con un paio di situazioni ipotetiche, difficili da gestire, che si potrebbero presentare in un blocco di case popolari. La seconda ha suscitato maggiormente la nostra attenzione: come farebbe un coabitante a gestire la rabbia di una famiglia sotto sfratto, che conosce da tempo, con la quale ha un buon rapporto e ha promesso di aiutarla, ma il tavolo di confronto con le istituzioni ha deciso di procedere comunque? A prescindere dalle risposte, lo scenario e il contesto in cui ci si muoverebbe parla da solo, sempre votato alla gestione dei conflitti che potrebbero scatenarsi.

SUL CANTAR VITTORIA

Migliaia di persone resteranno sempre escluse dalla possibilità di avere una casa, per quanto la sola Atc conti quasi un migliaio di case vuote a Torino. C’è chi si arrabatta, chi si dispera, chi si incatena davanti al Comune, e poi c’è chi prova a resistere a uno sfratto, a occupare una casa e piantare due pali di ferro davanti alla porta per impedire alla polizia di entrare. C’è chi occupa persino gli appartamenti di Edilizia Sociale chiedendo che gli vengano assegnati. Ma non si può gridare “Vittoria!” davanti a tutto ciò che si ottiene con una lotta, con delle occupazioni di alloggi, soprattutto se ciò che viene offerto spesso ha tutta l’aria di un buono uscita, con tanto di “Arrivederci e grazie”.

È il caso delle famiglie che hanno occupato da mesi alcuni appartamenti popolari in Falchera, non senza momenti di tensione e sgomberi effettuati da parte delle forze dell’ordine. Una nota di dignità e forza che ha risuonato nella periferia nord di Torino, una lotta che però sta vedendo a nostro giudizio il tentativo da parte delle istituzioni di togliere a queste e ad altre famiglie gli strumenti da sotto le mani. Per quanto sia comprensibile che una famiglia, a un certo punto della sua battaglia, miri al raggiungimento di una tranquillità materiale ed esistenziale, la concessione da poco elargita da parte dell’Amministrazione a 5 stelle di un’ospitalità temporanea nelle neonata residenza Cimarosa, in attesa che si liberino degli alloggi sociali da assegnare, non può essere un obiettivo desiderabile per chi ha intenzione di continuare a lottare. Di fatto l’ostinazione delle famiglie di Falchera rischia di essere recuperata all’interno delle regole di gestione dell’emergenza abitativa, senza scalfire minimamente la normalità del funzionamento di questa macchina. Essere assorbiti, recuperati, rientrare in un progetto di accompagnamento alle case popolari, come da prassi.

Quanto può essere in fondo interessante l’obiettivo di finire in progetti temporanei di questo tipo, tra l’altro disciplinanti e restrittivi e che spesso non fanno che separare chi ha lottato da chi potrebbe iniziare a farlo per gli stessi bisogni? Pare che gli unici che potrebbero giovare di una tale situazioni sono quelle strutture, come un comitato popolare o un sindacato di base, che in qualità di rappresentanti di chi rivendica determinati bisogni acquistano rilievo davanti agli organi di governo, legittimati ad interloquire con essi, ed acquistano potere davanti alle persone di cui si fanno portavoce.

In questa fase di trasformazione potrebbe sicuramente avere senso costringere l’Agenzia a smollare tutto quanto si è in grado di strappargli, pronti però a reagire coi denti qualora provassero a contrattaccare, a sgomberare un occupante o a sfrattare un moroso. Questo potrebbe significare una reale interruzione del normale funzionamento della macchina economica delle case popolari, scontrare i loro interessi e reciderli per far posto alle esigenze reali di chi in questo mondo, in questa città, viene costantemente privato della possibilità di vivere, di accedere ai servizi e di soddisfare i propri bisogni.