Frocie contro il Lovers Film Festival…

 

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Riceviamo e pubblichiamo quest’interessante rivendicazione. Si riferisce ad alcune scritte apparse la notte scorsa in via Verdi contro il Lovers Film Festival e l’ideologia che si portano dietro alcuni processi di costruzione di nuove identità sessuali e della loro conseguente mercificazione neoliberale.

Qualcuno ha deciso di opporre la propria “voce” alla miriade di eventicoli, festival cinematografici, workshop e pubblicità che vendono come sovversivi corpi invece sottoposti a nuove norme di esposizione commerciale e disciplinamento.

“Stanotte delle scritte sono apparse sulle pareti del Cinema Massimo di Torino: «Frocie in lotta» – «Frocie contro il Lovers» – «Frocie incivili». D’altronde la primavera è arrivata. Anche quest’anno. E con essa il Lovers Film Festival. E con esso – anche questa volta – le contestazioni. Diciamocelo: siete più criticati del Festival di San Remo. Non a caso per la serata di apertura è proprio da San Remo che avete pescato una delle vostre perle artistiche, supposta icona gay: Francesco Gabbani.

L’anno scorso il festival si era mostrato a inizio estate, a braccetto con la parata dei diritti del Coordinamento Piemonte Pride usando i confini come elemento di marketing e pinkwashing. Oggi invece ci propongono questa nuova descrizione tutta da gustare: «L’edizione 2018 sarà all’insegna di uno spirito cinefilo, militante e pop». Massì, non ci stupisce trovare un certo uso linguistico per descrivere questo festival, le sue attività e le sue master class. Qui concetti presi in prestito dalle lotte frocie vengono depoliticizzati, essenzializzati e strumentalizzati per creare una narrazione fittizia di una presunta “società” anticonformista (?), fluida nel genere (?), LGBTIQ+ (?), autentica (?), visibile (out!?). Non possiamo che sottolineare la costruzione ormai dilagante – fuori e dentro questo festival – di un supposto “mondo culturale” queer, un po’ artistoide, un po’ (s)vendibile nonché perfettamente aderente alle logiche di marketing neo-liberale. Mentre il queer diventa l’ultimo termine “sexy”, il transfemminismo l’ennesima etichetta “cool”, l’omosessualità il colorato arcobaleno della “diversità” nel capitalismo, noi frocie incivili e arrabbiate continueremo a ribadire che i nostri corpi e le nostre vite non sono un nuovo colorato prodotto di mercato.

In effetti cosa ci si può aspettare da un festival che propone in anteprima nazionale un film come «Puoi baciare lo sposo»? Versione gay di una tipica commedia italiana. E su questo urge essere chiari: i nostri corpi froci non saranno funzionali a una retorica normativizzante. Rivendicare spazi di vivibilità, contro l’omotransfobia, contro la violenza sistemica verso i corpi non normati, non vuol dire necessariamente prestarsi ai meccanismi fagocitanti del capitalismo neo-liberale. Il quale ci rende fetta di marketing, integrati, desiderabili, accettabili purché disciplinati e innocui. Noi siamo corpi indocili, che sovvertono e che lottano per spazi di esistenza e di vita. Il margine che noi abitiamo non ci rende avvicinabili. La nostra vivibilità dell’esistenza non è inquadrabile nelle nuove norme gay-queer-friendly, che ogni anno tentano di assimilare soggettività alla moda mentre riconfermano le loro dinamiche escludenti basate su privilegio di classe, bianchezza, nazionalismo. Il tentativo di zittirci costruendo gabbie identitarie un po’ più ampie non sta funzionando, non con noi. Noi ci riprendiamo la parola e non permettiamo ad altr* di farlo al nostro posto.

D’altronde è la stessa Francesca Vecchioni – presidentessa di Diversity, associazione che ha promosso la proiezione di «Puoi baciare lo sposo» – a sostenere che «per combattere i pregiudizi è fondamentale che i temi dell’inclusione e della diversità diventino mainstream». Forse è questo che si intende come “militanza-pop”? Esiste un’idea diffusa che per vivere la nostra vita frocia abbiamo bisogno di inquadrarci dentro una nuova categoria identitaria?

In questa raffigurazione dell’omosessualità come un “nuovo” prodotto “tipico italiano” non può che trovare il suo spazio la figura di Giò Stajano, a cui è stato, negli ultimi due anni, dedicato un premio del Lovers Film Festival. Nacque nipote di gerarca fascista, visse la sua vita tra i privilegi dell’alta borghesia, divenne primo gay dichiarato pubblicamente, nonché prima trans italiana, per poi concludere la sua vita come suora laica, rinnegando la sua “scandalosa” ed eccentrica esistenza. Non possiamo dimenticare la stretta di mano e i complimenti ad Andreotti. Certo una figura del genere non può che essere definita dal Lovers Film Festival: «una delle figure più importanti e significative della cultura LGBTQI italiana, per troppo tempo passata in secondo piano». Dobbiamo dunque proprio ringraziare il festival per la rivalutazione di questo “prodotto tipico” italiano, ce n’era davvero bisogno. C’è chi ricorda Sylvia Rivera e i moti di Stonewall, chi rilegge Mario Mieli…e poi c’è chi ricorda Giò Stajano.

Sempre su questa onda “militant-pop” non possiamo esimerci dal notare che la serata di apertura vedrà la proiezione del corto “Xavier” di Jo Coda. Omaggio a Xavier – membro di un’associazione di sbirri gay francesi – morto in un attentato dell’ISIS a Parigi. Inutile dire che tra le tante storie di resistenza e lotta frocia che si possono narrare l’apertura di questo festival è riservata proprio a un’esistenza facile da svendere e idolatrare attraverso la retorica islamofobica e omonazionalista. Puntare i fari sulla questione degli attentati terroristici accostandoli alla tematica gay, in più con un protagonista sbirro, non fa altro che creare un immaginario riguardo una fantomatica civiltà occidentale barricata nella paura di un terrorismo “islamico” che uccide in nome dei suoi “falsi” valori, e, guarda caso, uccide proprio un gay. L’ennesima storia per dirsi civili nella sedicente protezione dei diritti LGBTI e in opposizione a una presunta alterità barbarica e omofoba.

Perfino la Cirinnà sarà ospite di questo festival e pare sarà anche premiata. Probabilmente per il suo “eroico” atto di aver inventato il matrimonio gay. Si può notare come questa sia l’immagine della “militanza” tanto rivendicata da questo festival. Etichetta da spendere come titolo accattivante, svilita a corsa per i diritti, nonché basata sulla visibilità e la forzatura simbolica sul coming out. A questo proposito gli organizzatori del festival si autoproclamano narcisisticamente artisti-interpreti e plasmatori della (nostra quotidiana) realtà. Proclamano che la (loro) arte sia veicolo per il (nostro) enpowerment. Scusa becera per predare le soggettività marginali e spenderle – depotenziandole nonché depoliticizzandole – nel mercato vuoto della loro mancata immaginazione artistica.

Esempio clamoroso è la futura edizione di «Proibitissimo», progetto “artistico”(?) della direttrice del festival il quale si appoggia al Lovers come trampolino di lancio pubblicitario nonché spazio di contatto con narrazioni di persone LGBTIQ. La call del progetto chiede a gran voce storie di censura e autocensura per farne bacino – gratuito – di racconti che possano essere messi a valore per la carriera artistica degli organizzatori. E’ importante riportare le loro stesse parole; essi si ergono a salvatori di coloro che, in quanto soggetti LGBTIQ, si sentirebbero costretti «a mostrare solo una parte di sé, privandosi della libertà di rendere visibile la propria identità in ogni sfaccettatura». A quanto pare grazie a questo “progetto artistico” si rivelerà «un’immagine autentica e inalterata della vita di una persona LGBTQI+, uno spaccato lontano dagli stereotipi e, per una volta, libero». Per grazia ricevuta noi frocie veniamo dunque investite dalla benevole possibilità di esistere autenticamente nella libertà (sovradeterminata) e rigidamente identitaria, degli spazi “liberati” creati dai giovani hipster della Torino artistica.

Stanotte ci rivendichiamo le scritte, la rabbia, l’inciviltà, la lotta contro questo prodotto di marketing: festival del nazionalismo gay, dell’islamofobia, dell’omonormatività e della facile retorica suppostamente queer.”

frocie incivili